Internazionale

La crisi dell’auto europea tra Cina e scelte industriali

L’analisi di Andrea Taschini esamina dipendenza tecnologica, impianti inutilizzati e possibili riconversioni del comparto

L’industria automobilistica europea affronta una fase di forte incertezza, segnata dalla concorrenza cinese, dall’aumento dei costi energetici e dalle difficoltà legate alla transizione tecnologica. Nel suo intervento, Andrea Taschini sostiene che l’Unione europea debba rivedere alcune scelte industriali e riconoscere gli errori strategici compiuti negli ultimi anni. Il quadro, secondo l’autore, si inserisce in una situazione internazionale instabile e in un rallentamento degli equilibri economici favorevoli alla crescita.

Al centro dell’analisi c’è il rapporto commerciale tra Europa e Cina. Taschini indica nel surplus commerciale di Pechino un fattore di crescente squilibrio e sostiene che il disavanzo dell’Unione europea verso il Paese asiatico abbia raggiunto circa un miliardo di dollari al giorno. La difficoltà, nell’interpretazione proposta, nasce dalla necessità della Cina di mantenere elevata la propria produzione industriale, nonostante la debolezza della domanda interna e la limitata possibilità di aumentare i consumi senza produrre conseguenze sul piano politico.

Il peso della concorrenza cinese

La Germania viene indicata come l’epicentro della crisi, per il ruolo che il settore dell’auto ha avuto nella manifattura tedesca ed europea. Secondo i dati citati nell’articolo, il 14% delle vetture vendute in Europa è ormai prodotto in Cina. La percentuale, osserva Taschini, non restituisce interamente la dimensione del fenomeno: nelle automobili elettriche una quota rilevante del valore deriva da batterie, motori, componenti e tecnologie realizzati in territorio cinese.

Questa trasformazione avrebbe contribuito a ridurre il valore aggiunto delle filiere europee e a lasciare inutilizzata una parte della capacità produttiva degli stabilimenti. Il fenomeno si riflette, secondo l’autore, sugli esuberi occupazionali, che interessano decine di migliaia di lavoratori in diversi Paesi. Taschini attribuisce una parte della responsabilità alle direttive europee sulla transizione energetica e alle decisioni manageriali che avrebbero perseguito obiettivi industriali senza disporre delle filiere necessarie per sostenerli.

Le possibili risposte

L’articolo esamina quindi tre possibili direttrici. La prima consiste nelle alleanze tra imprese europee e costruttori cinesi. Una collaborazione di questo tipo potrebbe consentire di recuperare più rapidamente competitività e competenze, ma rischierebbe anche di favorire l’ingresso dei concorrenti asiatici nel mercato europeo attraverso l’utilizzo di marchi, reti commerciali, impianti e know-how locali.

La seconda ipotesi è l’affidamento degli stabilimenti europei inutilizzati agli stessi produttori cinesi. In questo caso, sostiene Taschini, il continente potrebbe mettere a disposizione dei concorrenti le strutture industriali rimaste libere dopo il trasferimento di parte della produzione in Asia. L’espansione potrebbe inoltre passare da Paesi esterni all’Unione, come Turchia e Marocco, già collegati alle filiere e alla logistica del mercato europeo.

La terza possibilità riguarda la riconversione di una parte della capacità automobilistica verso il settore della difesa. L’autore considera questa strada potenzialmente utile, ma non risolutiva: gli impianti destinati alle automobili richiederebbero adattamenti profondi in termini di prodotti, macchinari, certificazioni, competenze e forniture. Alcune tecnologie potrebbero essere condivise, ma la difesa, secondo l’analisi, non sarebbe in grado di assorbire rapidamente l’intera capacità produttiva e occupazionale del comparto.

Nelle conclusioni, Taschini chiede all’Europa di introdurre limiti più stringenti all’importazione di prodotti strategici ad alto contenuto tecnologico e di capitale. A suo giudizio, nel breve e medio periodo questa sarebbe una condizione necessaria per preservare produzione, valore aggiunto e occupazione. L’autore collega infine la crisi industriale al rischio di un ulteriore impoverimento sociale nei Paesi manifatturieri e alla possibilità che, senza interventi correttivi, aumentino le difficoltà di tenuta dell’Unione.