Marche

Il distretto marchigiano perde competenze: la sfida del ricambio

Senior prossimi alla pensione, apprendistato debole e innovazione digitale al centro delle proposte per Fermano e Maceratese.

La crisi del distretto calzaturiero marchigiano non riguarda soltanto export, fatturato, volumi produttivi o andamento della domanda internazionale. Nel Fermano e nel Maceratese, una delle principali concentrazioni manifatturiere d’Europa, il problema investe anche la progressiva dispersione delle competenze che hanno sostenuto per decenni la competitività del territorio.

Delocalizzazioni, concorrenza asiatica, aumento dei costi energetici, instabilità geopolitica e difficoltà dei mercati del lusso sono tra i fattori che hanno condizionato il settore. Accanto a questi elementi, però, si sta consumando un patrimonio meno visibile: il capitale cognitivo formato da esperienza, conoscenze tecniche e capacità artigianali.

Il ricambio generazionale

Quando un’azienda chiude, la produzione può ripartire se cambiano le condizioni economiche. Un macchinario può essere sostituito e un cliente può essere riconquistato. Più difficile è colmare il vuoto lasciato da un modellista, da un aggiuntatore, da un responsabile di produzione o da un tecnico specializzato che raggiunge la pensione senza aver trasferito il proprio sapere.

La forza dei distretti italiani non dipende infatti solo dalla capacità produttiva, ma anche dalla concentrazione di conoscenze diffuse tra imprese, fornitori, laboratori e maestranze. È un sapere tacito, acquisito attraverso anni di lavoro, osservazione e confronto diretto, che spesso non è contenuto nei manuali.

La contrazione della domanda e l’incertezza economica hanno spinto molte aziende a ridurre gli investimenti di lungo periodo, rallentare il ricambio generazionale e limitare i percorsi di apprendistato. Nel frattempo, le nuove generazioni percepiscono la manifattura tradizionale come un settore con prospettive ridotte, mentre le imprese faticano a reperire professionalità specializzate.

Il rischio è una spirale di impoverimento: diminuisce il trasferimento delle competenze tra lavoratori senior e junior, si restringe la base professionale e il territorio perde capacità di innovazione e adattamento. Quando il mercato torna a chiedere qualità, personalizzazione e rapidità, la risorsa più difficile da trovare può essere quindi quella umana.

Formazione e innovazione

Il tema si intreccia con l’invecchiamento della popolazione e con la riduzione dei giovani in età lavorativa nelle Marche. Ogni competenza non trasmessa rappresenta un costo economico e sociale difficile da recuperare. La formazione professionale, inoltre, non può esaurirsi nelle lezioni in aula: la scelta dei materiali, l’interpretazione di una forma e la capacità di correggere un difetto si costruiscono soprattutto nell’esperienza quotidiana.

La risposta non consiste nel contrapporre tradizione e tecnologia. La modellistica può dialogare con i sistemi CAD tridimensionali e con i digital twin, mentre la conoscenza delle materie prime può sostenere i percorsi legati a sostenibilità, tracciabilità ed economia circolare. L’obiettivo è integrare il patrimonio della bottega con gli strumenti digitali.

Tra le proposte indicate per evitare che la crisi congiunturale si trasformi in deindustrializzazione strutturale ci sono incentivi alle imprese che affidano ai lavoratori senior compiti formativi, modelli di bottega scuola e un archivio digitale delle competenze, con procedure, lavorazioni e documentazione tecnica destinati a ITS e scuole professionali.

Un ulteriore intervento riguarda la costruzione di un patto territoriale tra imprese, associazioni di categoria, istituti tecnici, università e amministrazioni locali. L’obiettivo sarebbe rendere più attrattive le professioni manifatturiere ad alta specializzazione e preservare la capacità del distretto di progettare e realizzare prodotti distintivi anche nei prossimi anni.

La competitività del Made in Italy, si sostiene nell’analisi, non è fondata sulla riduzione dei costi, ma sull’incontro tra creatività, tecnica e competenze. Difendere questo patrimonio non significa conservare il passato: significa investire nelle persone e nella continuità del sapere produttivo che ha reso riconoscibile la manifattura marchigiana.