Per decenni la vicenda degli Internati Militari Italiani è rimasta confinata alla memoria privata di chi l’aveva vissuta e delle proprie famiglie. Dopo l’8 settembre 1943, migliaia di soldati italiani furono deportati in Germania, privati dello status di prigionieri di guerra e sottoposti al lavoro forzato. Il loro rifiuto di collaborare con la Germania nazista e con la Repubblica sociale italiana è stato riconosciuto come forma di Resistenza soltanto dopo un lungo percorso, approdato anche alla memoria pubblica.
Su questa storia si sono concentrati per tre anni gli studenti del Liceo Classico Cairoli di Varese, accompagnati da Claudio Mezzanzanica dell’Istituto Varesino di Storia del Novecento e dalla docente Monica Iori. Il gruppo ha ricostruito le vicende di dodici internati originari di Varese e di diversi comuni della provincia, utilizzando documenti d’archivio, testimonianze familiari e materiali conservati nelle case.
Dagli archivi alle case
La ricerca ha coinvolto l’Archivio storico comunale di Varese, l’Archivio di Stato, l’Archivio centrale dello Stato online, gli elenchi della Croce Rossa e l’ufficio Anagrafe. Tra i materiali più significativi sono stati individuati 1.903 bigliettini di carta sottile, ciascuno con un nome e l’indicazione dello Stammlager, il campo di internamento. Gli studenti li hanno catalogati e confrontati con dati anagrafici, documenti assistenziali e racconti dei parenti, riuscendo in alcuni casi a collegare quelle annotazioni a persone e biografie precise.
Le carte hanno restituito anche le conseguenze della deportazione sulle famiglie rimaste in Italia. Nel Fondo dell’Ente comunale di assistenza sono emerse pratiche per l’affidamento dei minori e richieste di assistenza sanitaria, segni indiretti delle difficoltà affrontate durante e dopo la guerra. Ma il passaggio più importante, secondo gli studenti, è stato quello nelle abitazioni dei familiari, dove sono riaffiorati ricordi, oggetti e soprattutto lunghi silenzi.
È il caso di Eligio Maffioli, originario di Cavaria e meccanico esperto, che dopo la guerra fondò una fabbrica di bilance. Durante l’internamento realizzava piccoli anelli di ferro per soldati e guardie. In un’occasione, dopo aver smontato alcuni macchinari industriali, lui e altri prigionieri ricevettero l’ordine di rimontarli. Al loro rifiuto seguirono le percosse: le cicatrici delle nerbate rimasero sul corpo di Maffioli per tutta la vita.
Negli anni successivi Maffioli mantenne i rapporti con un compagno di prigionia. Quando le due famiglie si incontravano a Milano, i due uomini si allontanavano dagli altri e parlavano della deportazione senza coinvolgere mogli e figli. Per gli studenti, questa scena rappresenta il passaggio da una memoria condivisa soltanto tra reduci a una storia oggi affidata alle nuove generazioni.
Le biografie e la memoria pubblica
Tra le vicende ricostruite c’è anche quella di Mario Bogni, di Gavirate. Dopo l’armistizio si trovava a Valona, in Albania, dove assistette alla fucilazione del cugino Cornelio. Deportato in Germania, fu internato a Cottbus, nel Brandeburgo, e raccontò di aver partecipato allo sgombero di un asilo bombardato. La nipote riferì agli studenti che, dopo quella esperienza, non riusciva più a sopportare l’ascolto della lingua tedesca.
Altri oggetti hanno contribuito a ricostruire le storie individuali, tra cui una scacchiera appartenuta ad Antonio Romeo, trasformata in una sorta di diario della prigionia attraverso annotazioni sulle caselle. Anche la memoria familiare di Aurora Vernocchi è entrata nel progetto: il fratello del suo bisnonno, Pietro Scandroglio, durante l’internamento guidava un camion e riusciva talvolta a procurare cibo da condividere con i compagni.
Nel 2025 è stata istituita per legge la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Il lavoro del Cairoli si inserisce in questo percorso di riconoscimento e sarà presentato il 22 settembre, dalle 9.30 alle 13, nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria di Varese, durante il convegno «IMI: li abbiamo incontrati». L’iniziativa è curata dal liceo in collaborazione con l’ateneo, le associazioni della memoria, il Comune e la Provincia di Varese.
La mattinata sarà articolata in nove capitoli, con interventi istituzionali e approfondimenti sui lager in Europa e sugli internati di Unterlüss. Gli studenti proporranno anche una canzone scritta da un deportato e una conclusione ispirata a un’altra Spoon River, con epitaffi dedicati agli uomini incontrati durante la ricerca. A tre generazioni di distanza, le loro storie escono così dal silenzio e diventano patrimonio collettivo.