L’inchiesta sui certificati anti-Cpr avviata dalla Procura di Ravenna entra in una nuova fase. Dopo il primo filone legato ai medici dell’ospedale Santa Maria delle Croci, gli accertamenti si sono estesi fuori dal territorio ravennate e hanno raggiunto nove province italiane.
Nel mirino degli investigatori sono finiti oltre venti nuovi professionisti. Le perquisizioni rappresentano, secondo quanto emerge dalle carte dell’indagine, un ampliamento significativo del procedimento, che non appare più circoscritto al contesto sanitario della città romagnola.
Il collegamento con il primo filone
Il punto di partenza resta il cosiddetto modello Ravenna, espressione utilizzata per indicare il primo capitolo dell’inchiesta sui certificati. Da quel contesto, gli inquirenti avrebbero seguito una serie di collegamenti fino ad arrivare a medici e altri professionisti operativi in diverse aree del Paese.
Le attività investigative puntano ora a chiarire la natura e l’ampiezza del fenomeno. L’ipotesi, ancora da ricostruire, è che il caso possa avere dimensioni più estese rispetto a quelle inizialmente emerse nell’ambito dell’ospedale ravennate.
Indagini ancora in corso
Al momento, il procedimento resta nella fase degli accertamenti e le perquisizioni costituiscono atti d’indagine, non una prova di responsabilità. Saranno gli ulteriori riscontri della Procura a definire il ruolo dei professionisti coinvolti e a stabilire se esista un collegamento comune tra i diversi episodi.
Il nuovo sviluppo porta quindi l’attenzione su un possibile intreccio nazionale, partito da Ravenna e approdato in nove province. Le carte dell’inchiesta dovranno chiarire come siano stati individuati i nuovi soggetti e quali elementi abbiano convinto gli investigatori a estendere le verifiche oltre il primo nucleo del procedimento.