A cinque mesi dalla tragica scomparsa di Marco Motta, il pizzaiolo di 39 anni trovato in stato di incoscienza in un parcheggio di Pontida domenica 23 novembre 2025 e deceduto a distanza di alcune ore, la sorella Silvia Motta ha deciso di raccontare una nuova versione dei fatti che chiarisce meglio alcuni contorni dell’accaduto.
Marco Motta ucciso da una patologia congenita
Con un appello sui social la sorella di Marco Motta, originario di Valgreghentino, conosciuto e apprezzato tra la Bergamasca e il Lecchese per il suo lavoro di pizzaiolo, ha deciso, alla luce dell’esito dell’autopsia comunicato ai familiari, di chiarire una volta per tutte che cos’è successo quella sera.
La tragica vicenda aveva fatto discutere e alimentato diverse interpretazioni proprio per le circostanze stesse dell’accaduto. Il pizzaiolo 39enne, infatti, era stato ritrovato a terra nel parcheggio in fregio alla Provinciale a Pontida, all’alba di domenica 23 novembre, privo di sensi insieme al fratello minore Gianluca Motta.
Questa coincidenza aveva subito fatto pensare che la causa dell’incidente fatale fosse stata una lite violenta, in cui il fratello maggiore aveva avuto la peggio.
Ma la sorella è intervenuta per smentire questa ricostruzione dei fatti.
“Mio fratello è morto a causa di una patologia che aveva fin dalla nascita e di cui non sapevamo niente – racconta – Anni fa, in seguito a un piccolo incidente, aveva fatto una Tac e non si era visto niente. Il dottore che aveva eseguito l’autopsia disse a nostra madre che questo genere di malattia può esplodere all’improvviso e in qualsiasi momento. Quella sera c’erano un sacco di persone nel bar lì vicino, ma non è uscito nessuno. Sono arrivati solo quando hanno sentito mia madre urlare”.
La donna, infatti, aveva ricevuto una chiamata molto agitata dal figlio Gianluca e si era recata immediatamente sul posto, un parcheggio di Pontida, nel cuore della notte.
All’arrivo dei soccorritori, giunti sul posto intorno alle 3, le condizioni di Marco Motta erano già disperate. E’ stato trasportato all’ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, dov’era stato tenuto in vita artificialmente per due giorni.

“La cosa che ha fatto più male in tutto questo tempo è che la gente ha dato la colpa a Gianluca, anche se lui non c’entrava niente – aggiunge ancora Silvia – Per settimane non riusciva a uscire di casa perché veniva additato come il colpevole. Subito dopo l’accaduto sono iniziate le indagini nei suoi confronti e tutto quello che riuscivamo a pensare io e mia madre era che dopo aver perso Marco non volevamo perdere anche lui”.
Nelle ultime settimane, come confermano i familiari, le accuse nei confronti del fratello minore di Marco Motta sono venute meno, ma il danno emotivo e reputazionale non si è ancora riparato.
Anche per questo motivo Silvia ha deciso di prendere la parola pubblicamente: “E’ stata una decisione maturata nel tempo, perché volevo che le cose venissero chiarite una volta per tutte. Volevo far sentire la mia voce e ribadire la versione reale dei fatti, stabilita da un magistrato. Lo devo a Marco. Vorrei che le persone si ricordassero di lui per la sua bontà e il suo altruismo. Io lo ricorderò per il suo sorriso e per come sapeva sempre tirarmi su il morale”.