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Inchiesta sui certificati per i Cpr, sabato presidio a Bologna

Perquisiti 23 professionisti in nove città; nel capoluogo emiliano cinque persone ascoltate dagli investigatori

L’indagine della Procura di Ravenna sui presunti certificati medici falsi utilizzati per impedire l’espulsione di migranti irregolari dai Centri di permanenza per il rimpatrio prosegue e alimenta il confronto politico e sindacale. Le perquisizioni, eseguite all’alba di mercoledì dalla squadra mobile e dallo Sco della polizia, hanno interessato 23 professionisti sanitari in nove città italiane, tra cui Bologna.

Secondo l’ipotesi investigativa della pm Angela Scorza, non si tratterebbe di episodi isolati, ma dell’attività di una presunta associazione a delinquere finalizzata al falso ideologico. Il gruppo avrebbe prodotto certificazioni di non idoneità al trattenimento per gli stranieri destinati ai Cpr, con una ripartizione di ruoli e compiti. Gli inquirenti stanno analizzando i dispositivi informatici sequestrati per verificare sms, chat, email, registri delle chiamate e file audio e video scambiati tra maggio 2024 e agosto 2026.

Il coinvolgimento dei sanitari

Tra le persone perquisite c’è un solo medico formalmente indagato, Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni, già consulente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Il professionista non esercita a Bologna. In passato è stato ausiliario di polizia giudiziaria nell’inchiesta della Procura di Milano sul Cpr di via Corelli, procedimento nel quale sono state contestate turbativa d’asta e frode nelle pubbliche forniture alla società che gestiva la struttura.

Per gli investigatori, la presunta rete avrebbe agito attraverso certificazioni rilasciate da medici ritenuti compiacenti, iniziative sui social, incontri online e il coinvolgimento di avvocati per ricostruire la distribuzione dei documenti sul territorio nazionale. Le città indicate sono Ravenna, Rimini, Bologna, Ferrara, Roma, Matera, Bari, Biella e Livorno. Una conversazione del luglio 2025, nella quale una dottoressa sottolineava il collegamento tra persone attive in zone diverse, viene considerata dagli inquirenti un elemento del possibile coordinamento.

Il caso a Bologna

Nel capoluogo emiliano sono state ascoltate in questura cinque persone. Due lavorano al Policlinico Sant’Orsola, struttura di riferimento per l’area metropolitana e dotata di un reparto di malattie infettive. La direttrice generale Chiara Gibertoni ha precisato che le due colleghe non risultano indagate.

Nel giorno delle perquisizioni si era svolto un presidio in piazza Galilei, promosso dal Laboratorio di salute popolare e da altre realtà in solidarietà con i sanitari coinvolti. Una nuova manifestazione è stata convocata per sabato 19 settembre alle 18 in piazza del Nettuno dal Laboratorio di salute popolare insieme a Mediterranea, Sanitari per Gaza e Cgil.

La Cgil nazionale e la Funzione pubblica Cgil hanno espresso vicinanza ai professionisti, chiedendo di evitare strumentalizzazioni politiche e ricordando il diritto universale alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione. Tavolo Asilo e Immigrazione e ActionAid hanno accusato il ministero dell’Interno di voler intimidire i medici, mentre Medici senza Frontiere ha chiesto di acquisire agli atti il Giuramento di Ippocrate.

Di segno opposto la posizione del centrodestra. Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia in Assemblea legislativa regionale, ha definito il quadro investigativo preoccupante e ha chiesto alla giunta dell’Emilia-Romagna chiarimenti sui controlli interni e sugli eventuali provvedimenti amministrativi riguardanti i professionisti operanti nelle strutture sanitarie regionali.