Il 4 novembre 1966, mentre l’alluvione devastava il Valdarno, una voce infondata aggravò il terrore già diffuso tra la popolazione: la diga di Levane sarebbe crollata. La notizia si propagò rapidamente a Montevarchi, San Giovanni Valdarno e nelle altre località della vallata, spingendo molte persone ad abbandonare abitazioni, negozi e persino ospedali per cercare riparo nelle zone collinari.
A San Giovanni Valdarno in tanti si diressero verso il Poggio della Ciulla, mentre a Montevarchi la fuga ebbe come principali destinazioni i Cappuccini e le aree sopraelevate. Il timore era che dal bacino arrivasse una nuova ondata capace di travolgere la città. In realtà, il cedimento della diga non si verificò mai, ma la paura trasformò quelle ore in una corsa collettiva verso luoghi ritenuti più sicuri.
Una città sommersa dall’acqua
A ricostruire quei momenti è Antonio Perferi, già assessore provinciale ed esperto di sicurezza idraulica. All’epoca frequentava le scuole medie e ricorda una città irriconoscibile. I torrenti Dogana, Borro del Giglio e Spedaluzzo esondarono, mentre anche l’Ambra, a monte, invase il territorio con acqua, melma e fango. L’Arno, gonfio oltre la sua capacità, non riusciva più a ricevere il deflusso dei corsi d’acqua.
La mattina, in alcune zone di Montevarchi, l’acqua raggiunse un metro e mezzo. I negozi di via Roma furono invasi e gli argini del Dogana crollarono, rendendo difficili gli spostamenti. A complicare il quadro contribuì lo sversamento di grandi quantità di gasolio dalle cisterne, con odori fortissimi di carburante, acqua stagnante e materiale in decomposizione.
La fuga verso i Cappuccini
Perferi ricorda di aver sentito le urla della gente mentre si trovava nei sotterranei di un bar nella zona del Giglio. Le saracinesche vennero abbassate e per alcuni minuti le persone rimasero chiuse all’interno, mentre all’esterno si ripeteva l’allarme sulla diga di Levane. Tornato verso casa, il giovane vide strade coperte di fango, masserizie accatastate e malati allontanati dall’ospedale anche in pigiama e sulle lettighe.
Il timore raggiunse anche il liceo scientifico, dal quale gli studenti uscirono in massa. La famiglia di Perferi lasciò quindi la propria abitazione con un’Ape, portando con sé il necessario, compreso pane e biancheria. La destinazione fu la zona dei Cappuccini, dove si raccolsero numerose persone in attesa dell’onda di piena annunciata dalle voci.
La folla rimase sul colle, nella zona delle Fornaci Vecchie, fino a quando arrivò una NSU Prinz blu con a bordo monsignor Emilio Romagnoli. Fu lui a comunicare che il pericolo non esisteva e che si poteva rientrare. Secondo le valutazioni ricordate da Perferi, anche nell’ipotesi di un cedimento l’acqua avrebbe raggiunto Montevarchi con un’altezza contenuta, ma la psicosi rese incontrollabile la reazione della popolazione. A distanza di sessant’anni, quel racconto conserva la doppia memoria della devastazione dell’alluvione e della paura alimentata da una notizia falsa.