Bologna (BO)

Caso dei caffè al 118, Tacconi presenta ricorso in Appello

Dopo la condanna a due anni, l’avvocato Gabriele Bordoni contesta prove, collegamenti medici e ricostruzione accusatoria.

Claudio Tacconi, ex coordinatore della centrale del 118 dell’ospedale Maggiore di Bologna, ha presentato ricorso in Appello contro la condanna a due anni di reclusione emessa in primo grado. L’uomo è accusato di avere somministrato di nascosto psicofarmaci nei caffè dei colleghi, provocando una serie di malori tra gli operatori. La difesa, rappresentata dall’avvocato Gabriele Bordoni, ha depositato l’atto di impugnazione chiedendo in via principale l’assoluzione.

In alternativa, il legale sollecita il riconoscimento delle attenuanti generiche, una riduzione della pena o l’ammissione ai lavori di pubblica utilità. Tacconi, 45 anni, era stato giudicato con rito abbreviato e condannato per atti persecutori, lesioni personali e simulazione di reato. Secondo la decisione di primo grado, gli episodi avrebbero procurato ai lavoratori del 118 un intenso stato di ansia e un forte senso di timore.

La ricostruzione della difesa

Nell’impugnazione, la difesa mette in discussione soprattutto l’attendibilità dei testimoni e il contesto nel quale si sarebbero verificati i fatti. Secondo Bordoni, l’ambiente di lavoro sarebbe stato tumultuoso e segnato da un evidente malcontento nei confronti di Tacconi, legato alla gestione delle mansioni e alla redistribuzione di progetti e incentivi all’interno dell’Ausl. Il clamore mediatico della vicenda avrebbe inoltre contribuito, secondo la difesa, a creare una suggestione sfavorevole all’imputato e a polarizzare il giudizio sul suo conto.

I malori contestati si sarebbero verificati tra marzo 2020 e novembre 2023 e avrebbero coinvolto circa dieci operatori. Le persone interessate avrebbero accusato vertigini, sonnolenza e mancamenti. Per l’accusa, la sintomatologia costituirebbe un elemento a sostegno dell’ipotesi di intossicazioni provocate da Tacconi. La difesa sostiene invece che quei disturbi non consentirebbero, da soli, di stabilire con certezza un collegamento con i farmaci indicati nell’imputazione e potrebbero essere riconducibili anche a patologie già presenti o all’assunzione volontaria di sostanze.

Le contestazioni sull’assenza di Tacconi

Un ulteriore elemento richiamato nell’atto riguarda il tabulato delle presenze degli operatori, che secondo il legale non confermerebbe la presenza di Tacconi in occasione dei singoli episodi contestati. Nei casi in cui l’ex coordinatore sarebbe stato presente, inoltre, i testimoni non avrebbero riferito comportamenti sospetti riconducibili a una sua intrusione nei caffè.

La difesa contesta anche l’accusa di simulazione di reato. Due episodi riguardano la dichiarazione di Tacconi di essere stato intossicato a sua insaputa dopo avere consumato caffè e tisane; un terzo riguarda una rapina che l’uomo aveva riferito di avere subito da parte di sconosciuti, con tanto di aggressione fisica. Per l’accusa, si sarebbe trattato di episodi inscenati per allontanare da lui i sospetti. La versione difensiva li descrive invece come un gesto autolesionistico compiuto in uno stato di profondo shock dopo la fine di una relazione sentimentale con una collega.

Nell’atto di appello vengono infine sollevate questioni sulla configurabilità del reato di atti persecutori e sulla quantificazione della pena e dei risarcimenti. In primo grado erano stati riconosciuti 50mila euro all’Ausl e 5mila euro per ciascuna delle persone offese. La difesa chiede l’assoluzione o, in subordine, una rimodulazione della pena. Per il giudizio di secondo grado resta ora da fissare la data dell’udienza.