Fabriano (AN)

Beko, l’allarme degli operai di Melano: «Vogliamo lavorare»

Valeria Tizzone, delegata Fiom, chiede il rispetto degli accordi e nuovi investimenti nel sito marchigiano

Valeria Tizzone, operaia dello stabilimento Beko di Melano e delegata Rsu della Fiom, parla alla vigilia del tavolo ministeriale dedicato al futuro del sito produttivo. Dopo 34 anni trascorsi in azienda, descrive un clima di forte preoccupazione tra i dipendenti e chiede risposte chiare alla proprietà e al Governo.

«Fateci lavorare, non chiedeteci di accontentarci degli ammortizzatori sociali», è l’appello della lavoratrice. Secondo Tizzone, nello stabilimento si avverte la sensazione di uno svuotamento progressivo: i volumi produttivi diminuiscono e il ricorso alla cassa integrazione è aumentato. Tra i dipendenti, spiega, il fermento è accompagnato dal timore per la tenuta occupazionale e per il futuro delle famiglie che dipendono dal reddito della fabbrica.

Produzione dimezzata e cassa integrazione

Il rallentamento dell’attività, riferisce la delegata Fiom, si è manifestato con particolare evidenza nell’ultimo mese. Lo stabilimento ha affrontato sette giorni di chiusura totale; negli altri giorni lavorativi la produzione è proseguita a ritmi ridotti, senza mai raggiungere il pieno regime e rimanendo al di sotto del 50 per cento.

Fino all’anno scorso, una linea produttiva lavorava su tre turni per quasi tutto il mese. Oggi, invece, l’attività si concentra su tre settimane al mese e due turni, sostenuti dal ricorso costante agli ammortizzatori sociali. La riduzione dei tempi di produzione si accompagna a un calo dell’organico: nello stabilimento di Melano sono rimasti circa 400 dipendenti, mentre quasi 100 persone sono già uscite in base al precedente accordo aziendale.

Le richieste alla proprietà

Al tavolo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, i lavoratori chiedono a Beko di chiarire le proprie intenzioni e di rispettare gli impegni sottoscritti circa un anno e mezzo fa. La richiesta è di mantenere la produzione e di continuare a investire nello stabilimento marchigiano, evitando il trasferimento delle lavorazioni in Turchia o in Cina.

Tizzone richiama anche gli investimenti già realizzati nel sito, tra tecnologia, robotica e sistemi automatizzati. Per la rappresentante sindacale, il ridimensionamento produttivo e l’aumento della cassa integrazione risultano ancora più difficili da accettare dopo la consistente diminuzione del personale. «Non ci accontentiamo dell’ammortizzatore sociale», ribadisce, chiedendo la possibilità di lavorare e di percepire uno stipendio pieno.

La lavoratrice ricorda infine che, nell’ultimo incontro al Mimit, la sottosegretaria Fausta Bergamotto aveva invitato i dipendenti a considerare la presenza dello scudo degli ammortizzatori. Una prospettiva che, secondo Tizzone, non offre però sufficienti garanzie di stabilità e non risponde alla richiesta principale dei lavoratori: assicurare un futuro produttivo allo stabilimento di Melano.