«Con speranza e fiducia nella giustizia e nella misericordia della Chiesa, porgo i miei più rispettosi saluti». Quando Eva Alina Marin, la donna «senza identità» come era stata chiamata anche dal nostro giornale, ha imbucato quella lettera, indirizzata al Santo Padre, portava nel cuore speranza e rassegnazione.
La svolta: la telefonata dal Vaticano
Speranza, perché Papa Leone XIV rappresentava per lei l’ultima possibilità di avere giustizia, rassegnazione perché in tutti questi anni ha ricevuto solo porte in faccia da sindaci, assessori, deputati e ministri, che dopo aver promesso un interessamento l’hanno di fatto abbandonata al proprio destino. Poi, qualche settimana fa, la telefonata che le sta cambiando la vita: in Vaticano hanno letto la sua storia e, con la collaborazione della Caritas Diocesana di Ivrea, un pool di persone sta lavorando per mettere finalmente un punto ad una tremenda storia di burocrazia, bugie e cassetti rimasti chiusi troppo a lungo. In prima battuta sarà chiesta la revoca dello status di apolide, e a seguire partirà la domanda per la cittadinanza italiana.
«Vivo in Italia dal 1998 – ha messo nero su bianco Eva Alina nel documento inviato a Roma su suggerimento (poco più di una provocazione) di un’impiegata dell’Ufficio Postale di Castelrosso – e scrivo questa lettera, con rispetto e dolore profondo, per chiedere attenzione umana e morale alla mia storia, segnata da ingiustizie, silenzi istituzionali e privazione dei diritti fondamentali. Da ragazza, poco più che bambina, ho denunciato situazioni gravi legate allo sfruttamento di minori. A seguito di queste denunce, sono stata messa sotto la tutela del Tribunale per i Minorenni. Tuttavia, invece di ricevere protezione e sostegno, ho vissuto un percorso di isolamento, privazione e invisibilità».
Un’infanzia di sfruttamento e la fuga
Eva Alina, infatti, era stata molto probabilmente venduta dai genitori quando aveva appena sette anni (o rubata, come dice il Tribunale dei Minori di Torino), a una coppia di Rom che lei credeva invece essere zii materni. Con loro, partendo dalla Romania (di questo è sicura, anche se non ricorda il paese), era arrivata in Germania, poi in Francia e infine in Italia, a Torino. Dagli «zii», che la trattavano come una serva, era costretta a chiedere l’elemosina, a lavare i vetri ai semafori e a rubare. Ma Eva, che non dimenticherà mai gli altri due bambini che erano con lei, molto probabilmente venduti (o rubati) da altre famiglie, dopo otto anni di inferno decide che non è quella la vita che vuole. Scappa, chiede aiuto alle suore Vincenziane di via Nizza, e tramite gli assistenti sociali finisce in una comunità della Val Cerrina: quei documenti dicono che è romena. Passano gli anni, Eva vede la condanna dei suoi aguzzini, inizia a lavorare e stringe tra le mani un atto di nascita a nome «Eva» (non Eda).
Il muro della burocrazia e i diritti negati
La strada, però, è subito in salita. A 18 anni, chiedendo il passaporto all’Ambasciata di Romania a Roma, Eva quasi viene arrestata: in quel momento, infatti, scopre che l’atto di nascita (registrato il 4 ottobre 1983) corrisponde a un’altra persona, e che nemmeno la data di nascita (20 agosto del 1983) sembra essere certa.
«Nonostante la mia presenza continuativa sul territorio italiano dal 1998 – prosegue nella lettera inviata al Santo Padre – nei documenti ufficiali risulto presente solo dal 2010. Tale incongruenza ha avuto ripercussioni gravissime sulla mia vita: ho perso opportunità di lavoro, non ho potuto avere accesso alle cure mediche di base, ho avuto un figlio nel 2005 senza che mi venissero riconosciuti i diritti basilari come madre e cittadina, non mi è stato riconosciuto il mio vissuto né come minore né come adulta». Niente maternità, niente disoccupazione, nulla di nulla.
«In questi anni – conclude – ho chiesto aiuto a many istituzioni italiane. Ho bussato a tante porte e spesso ho trovato chiusura, freddezza o silenzio. Oggi, con questa lettera, chiedo alla Santa Sede di ascoltare la mia voce e di farmi sentire che non sono sola. Chiedo un atto di vicinanza umana, spirituale e morale. Chiedo giustizia, attenzione e, se possibile, un intervento affinché la mia vicenda venga riconosciuta nella sua verità e venga fatta luce su quanto accaduto».
Nella sua battaglia per la verità, Eva Alina non vuole dimenticare i tanti bambini con cui ha diviso gli anni della Comunità: «Voi non immaginate le condizioni in cui eravamo costretti a vivere, la gente pensa che i ragazzi tolti alle famiglie lì dentro abbiano un futuro migliore, ma non è così. Mi ricorderò sempre quando ho chiesto 500 lire per un ghiacciolo e mi hanno risposto di usare i miei soldi. Sì, lavoravo, ma allora dove è finito il mio TFR? Appena è scoppiato il caso dei documenti mi hanno licenziata, e non ho più visto un soldo. Vivevo per conto mio, anche da minore, loro continuavano a prendere fior di milioni per un’assistenza che non c’è mai stata».