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A Treviso il vescovo Tomasi: «Nessuna lacrima è perduta»

Durante le celebrazioni, richiamati il dolore per guerre e lutti e la responsabilità di costruire riconciliazione.

La solennità di Tutti i Santi è stata celebrata a Treviso con una riflessione incentrata sulle Beatitudini, sulla consolazione di chi soffre e sulla responsabilità di costruire la pace. Il vescovo Michele Tomasi ha sviluppato il tema durante la celebrazione eucaristica in Cattedrale e, nel pomeriggio, nella Liturgia della Parola con la benedizione delle tombe al Cimitero Maggiore di San Lazzaro.

Nell’omelia del mattino, monsignor Tomasi ha richiamato il bisogno di consolazione di un tempo segnato da guerre, solitudine, malattia e lutto. Citando l’attenzione di papa Leone per un mondo che si sta abituando alla guerra permanente, il vescovo ha ricordato anche il dolore della comunità per la morte improvvisa di don Siro Zorzi, avvenuta proprio nei giorni della ricorrenza.

Le Beatitudini come strada condivisa

Al centro della riflessione sono state poste le parole del Vangelo: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Secondo il vescovo, Gesù non promette un’esistenza senza lacrime, ma assicura che chi attraversa il dolore non sarà lasciato solo. La consolazione, ha spiegato, consiste nel non essere più soli nella sofferenza.

Le Beatitudini, ha aggiunto Tomasi, prima ancora di rappresentare un programma di vita sono il ritratto di Gesù, l’uomo che piange e che fa la pace. Da questa esperienza nasce una Chiesa chiamata a essere una catena di persone consolate capaci di consolare e di riconciliati pronti a riconciliare. La pace non coincide con la semplice tranquillità, ma richiede un impegno quotidiano, fatto di gesti piccoli e perseveranti.

Il vescovo ha collegato questo percorso alla figura dei santi della porta accanto, persone che spesso senza clamore assistono, perdonano, costruiscono relazioni e portano pace. La comunità cristiana, ha sottolineato, è chiamata a restare accanto a chi soffre: nel pasto condiviso, nella visita a chi vive solo, nel servizio ai poveri e anche nel modo di usare le parole nelle famiglie, nelle parrocchie e sui social.

La speranza davanti alle tombe

Nel pomeriggio, al Cimitero Maggiore di San Lazzaro, la meditazione ha ripreso il tema della consolazione attraverso l’incontro tra Gesù risorto e Maria di Màgdala davanti al sepolcro. Le lacrime, ha ricordato monsignor Tomasi, non sono un segno di mancanza di fede, ma esprimono l’amore e il dolore per l’assenza di una persona cara.

La speranza cristiana, ha proseguito, nasce dalla certezza che Dio conosce ciascuno per nome e custodisce i defunti. Il legame con i propri cari non viene considerato spezzato, ma trasformato. Guardato attraverso la fede, il cimitero diventa così il campo santo in cui i corpi sono affidati alla terra come un seme, in attesa della risurrezione.

La celebrazione si è conclusa con un richiamo alla responsabilità verso chi vive il lutto e verso le vittime di guerra, violenza e ingiustizia. Come Maria di Màgdala, i cristiani sono chiamati a testimoniare la speranza e a farsi vicini a chi soffre. «La morte non ha l’ultima parola», ha concluso il vescovo, perché nessuna lacrima è perduta e nessun gesto di pace è sprecato.