In Iran si rafforza il dibattito sull’eventualità di sviluppare armi nucleari. Secondo quanto riferito dal Financial Times, alcuni esponenti dell’ala più oltranzista del regime ritengono che sia arrivato il momento per la Repubblica islamica di dotarsi della bomba. Il confronto interno avrebbe subito un’accelerazione dopo la guerra con Stati Uniti e Israele e l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.
Le pressioni dell’ala più radicale
Tra le ipotesi rilanciate dai cosiddetti falchi di Teheran figura anche l’uscita dal Trattato di non proliferazione, considerato da alcuni ormai inutile per l’Iran. Davoud Modarresian, commentatore politico vicino agli ambienti ultraconservatori, ha scritto che i recenti dati militari dimostrerebbero come l’arma atomica non sia più un’ambizione, ma una necessità prioritaria per il Paese.
La richiesta di una svolta rappresenterebbe un cambiamento significativo rispetto alla linea seguita finora dalla Repubblica islamica. Sostenere apertamente la costruzione della bomba ha a lungo significato mettere in discussione l’autorità della Guida Suprema, che aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari. Il successore e figlio, Mojtaba Khamenei, non ha però chiarito pubblicamente se intenda mantenere la posizione del padre. Secondo il quotidiano britannico, il suo silenzio avrebbe lasciato spazio alle posizioni più intransigenti.
La posizione sul trattato resta incerta
La possibilità di una revisione della dottrina nucleare è stata evocata anche da Hassan Ghashghavi, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano. Il deputato ha affermato che la nuova Guida Suprema potrebbe emanare una diversa disposizione religiosa sulla questione, aggiungendo che nessuno potrebbe impedirglielo.
I sostenitori della svolta puntano alla costruzione di un ciclo completo di deterrenza, con l’obiettivo di scoraggiare nuovi attacchi e rafforzare la posizione dell’Iran nei negoziati. Alcuni guardano alla Corea del Nord come a un modello di arsenale atomico capace, a loro giudizio, di impedire interventi stranieri. La linea non è tuttavia condivisa da tutti gli esponenti politici.
Hossein Marashi, rappresentante riformista, ha sostenuto che la priorità debba essere la salvaguardia dell’Iran e della Repubblica islamica, prima ancora dell’arricchimento dell’uranio e della tutela dei risultati raggiunti nel settore nucleare. Ali Vaez, esperto di Iran dell’International Crisis Group, ha osservato che il conflitto ha rafforzato quanti considerano l’arma atomica la deterrenza definitiva contro una minaccia esistenziale.
Secondo Vaez, però, Teheran potrebbe scegliere di conservare le proprie infrastrutture nucleari e usarle come leva negoziale per ottenere concessioni economiche e di sicurezza, senza avviare apertamente una corsa alla bomba. Per ora non risulta una decisione iraniana per dotarsi di armi nucleari. Due alti funzionari hanno inoltre riferito al Financial Times che l’uscita dal trattato di non proliferazione non rappresenta una priorità immediata, pur senza escludere cambiamenti in futuro.