Bologna (BO)

A Bologna il confronto sulla memoria di Francesco Lorusso

La proposta di cambiare il nome a piazza Verdi divide il dibattito pubblico e riapre le ferite del movimento del 1977

A Bologna il confronto sulla memoria del 1977 torna al centro del dibattito pubblico. A cinquant’anni da quei giorni, la proposta di intitolare piazza Verdi a Francesco Lorusso, lo studente ucciso durante gli scontri dell’11 marzo, ha riaperto una discussione sulle responsabilità, sulle violenze e sulla possibilità di costruire una memoria condivisa.

L’iniziativa ha raccolto oltre duemila firme, tra cui quelle di Lino Aldrovandi, Renzo Ulivieri e Bifo Berardi. Alla proposta si è contrapposta un’opposizione trasversale, che ha coinvolto esponenti dell’area di governo e amministratori della sinistra bolognese. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha sostenuto che non ci sarebbe l’esigenza di cancellare piazza Verdi, mentre i cittadini avrebbero bisogno di una città amministrata meglio. Contrari si sono dichiarati anche gli ex sindaci Walter Vitali e Virginio Merola.

Il nodo della toponomastica

Il sindaco Matteo Lepore ha prima dichiarato di voler valutare seriamente la proposta e poi ha precisato che il tema non riguarda soltanto il nome della piazza. Secondo il primo cittadino, le criticità della zona sono legate soprattutto alla convivenza e alle tensioni che continuano a manifestarsi nello spazio pubblico.

Il caso pone quindi una serie di interrogativi. Il primo riguarda la possibilità di trasformare la ricostruzione dei fatti storici in una memoria condivisa, capace di riconoscere il dolore per la morte di Lorusso senza rimuovere gli altri aspetti di quella stagione. Il 1977 fu segnato dalle proteste studentesche, dalle lezioni interrotte, dagli scontri e dall’impiego dei blindati nelle strade. La discussione sulla nuova intitolazione si colloca dentro questa eredità complessa.

Il secondo interrogativo riguarda l’opportunità di modificare la toponomastica di piazza Verdi, un luogo associato a occupazioni, scritte, lanci di oggetti e assalti alle forze dell’ordine, oltre che alla presenza dei movimenti autonomi. Cambiare il nome, si osserva nel dibattito, potrebbe essere letto come un tentativo di cancellare una parte della storia, mentre mantenerlo non risolverebbe le tensioni che ancora caratterizzano l’area. A Bologna esiste già un giardino dedicato a Lorusso, in via dello Scalo.

Il tema della violenza

Il confronto investe anche il modo in cui vengono giudicate le violenze nelle manifestazioni. Se è condivisibile l’idea che nessuno debba morire durante una protesta, viene sollevata la questione delle scritte offensive lasciate sulle vetrine del centro dopo le iniziative dei gruppi antagonisti. Tra gli esempi citati figurano frasi contro gli agenti, sulle quali non sempre si registra una condanna unanime.

Il tema assume ulteriore rilievo in una fase in cui migliaia di persone rivendicano il diritto di manifestare, mentre gruppi violenti possono trasformare i cortei in occasioni di saccheggio e devastazione. Il richiamo ai cosiddetti sabati rossi del 1977 serve a sottolineare che gli scontri di quella stagione non dovrebbero ripetersi nel presente. Il confronto sulla figura di Lorusso e sulla piazza, dunque, anticipa il cinquantenario e pone al centro la necessità di discutere senza semplificazioni, riconoscendo le diverse responsabilità e mantenendo aperto il dialogo.