Scorie nucleari, bocciati i 21 siti indicati nel Viterbese

Nove specialisti contestano criteri, rischi idrogeologici e impatto su agricoltura e turismo

La Provincia di Viterbo ha presentato una perizia tecnica contraria alla localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi nei 21 siti individuati nel territorio. Il documento, redatto da un gruppo di nove specialisti, è stato illustrato al consiglio provinciale e all’assemblea dei sindaci. Secondo gli esperti, nessuna delle aree indicate rispetterebbe, singolarmente o nel contesto territoriale di riferimento, le condizioni necessarie per ospitare l’impianto.

Le criticità idrogeologiche e sismiche

Uno dei principali elementi evidenziati riguarda la presenza di importanti risorse idriche sotterranee. La Tuscia comprende quattro sistemi acquiferi interconnessi: vulcanico, costiero, calcarenitico-sabbioso e termale. Le rocce presentano una permeabilità medio-alta e le falde si trovano spesso a profondità ridotta. La perizia sottolinea che, in caso di eventuale dispersione di radionuclidi, il trasferimento verso sorgenti, corsi d’acqua e mare potrebbe avvenire in tempi relativamente brevi, nell’ordine di mesi o pochi anni.

Il documento richiama inoltre l’aggiornamento dei modelli sulla pericolosità sismica elaborati dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che avrebbe evidenziato valori più elevati rispetto ai precedenti riferimenti normativi. Tra gli elementi considerati viene citata anche la presenza di poli estrattivi pianificati e di georisorse, che potrebbero essere compromessi dalla realizzazione del deposito e dalle relative opere.

Viabilità, centri abitati e territorio agricolo

La valutazione prende in esame anche gli aspetti logistici. Il trasporto dei rifiuti radioattivi, compresi quelli ad alta attività contenuti nei grandi cask, richiederebbe infrastrutture adeguate. Secondo gli specialisti, la rete stradale della Tuscia presenta invece limitazioni strutturali e frequenti riduzioni della carreggiata, con il rischio di imporre ai convogli il passaggio attraverso centri abitati.

La struttura insediativa della provincia, caratterizzata da numerosi piccoli e medi comuni, nuclei rurali e abitazioni sparse, renderebbe inoltre complessa la garanzia delle distanze di sicurezza previste durante i 300 anni di controllo istituzionale. La perizia considera quindi problematica l’individuazione di un’area sufficientemente isolata rispetto ai centri abitati e alle attività presenti.

Un ulteriore profilo riguarda l’economia locale. L’agricoltura rappresenta quasi l’8% del valore aggiunto provinciale, contro una media nazionale indicata nella perizia dell’1,5%, e si collega a produzioni di qualità, agriturismi e turismo rurale. La presenza di un deposito all’interno di quattro biodistretti, secondo il documento, potrebbe indebolire la loro funzione e compromettere gli investimenti realizzati negli anni nel settore biologico e sostenibile.

Gli esperti richiamano anche il possibile danno reputazionale per le produzioni e per l’attrattività turistica del territorio. Inoltre, 16 dei 21 siti individuati si sovrapporrebbero alla Maremma Viterbese, area considerata rilevante per la tutela dell’avifauna selvatica. Nelle conclusioni, il gruppo di lavoro critica la metodologia utilizzata per la Carta nazionale delle aree idonee e sostiene che un esame preventivo su scala più ampia avrebbe dovuto escludere un territorio ritenuto geologicamente complesso e paesaggisticamente vulnerabile.