Le formiche possono aiutare a rilevare l’inquinamento prodotto dal traffico urbano. È il risultato di una ricerca dell’Università di Parma, pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Pollution, che ha esaminato la presenza di particolato magnetico associato alla circolazione veicolare attraverso l’analisi della formica arboricola Crematogaster scutellaris.
Il lavoro ha interessato 30 siti della città di Parma, caratterizzati da differenti livelli di traffico, e quattro aree di controllo prive di circolazione veicolare. I ricercatori hanno messo in relazione i dati ufficiali sui flussi stradali, rilevati dal Comune in diverse zone urbane, con le particelle accumulate sulla superficie degli insetti e con quelle presenti nel suolo.
Il legame con il traffico
Le analisi sono state condotte combinando le misure di suscettibilità magnetica con la microscopia elettronica a scansione. I risultati hanno evidenziato una forte associazione tra l’intensità del traffico e la quantità di particolato magnetico rilevata sulle formiche. La stessa relazione, invece, non è emersa nei campioni di terreno.
Secondo il modello elaborato nello studio, ogni 1.000 veicoli giornalieri in più corrispondeva a un aumento di circa il 41 per cento della suscettibilità magnetica misurata sulle formiche, pari a una moltiplicazione per 1,41. Le particelle risultavano concentrate soprattutto sul torace degli insetti ed erano composte in prevalenza da ossidi di ferro, con la presenza anche di zinco, rame e titanio. Dimensioni e morfologia sono state ritenute compatibili con materiale derivato dal traffico.
Un possibile strumento di monitoraggio
La ricerca, intitolata Ants as bioindicators of urban traffic pollution, attribuisce un ruolo centrale alle caratteristiche biologiche della specie osservata. La fedeltà al nido, l’attività di foraggiamento e il contatto diretto con l’ambiente consentirebbero alle formiche di restituire un’impronta locale e integrata nel tempo dell’esposizione alle particelle.
Lo studio è stato realizzato da un gruppo del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’ateneo parmense. Vi hanno partecipato Daniele Giannetti, Antonio Verolino, Enrico Schifani, Luciana Mantovani e Donato A. Grasso. La caratterizzazione magnetica è stata sviluppata insieme a Francesco Cugini, Daniele Pontiroli e Massimo Solzi del Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Informatiche.
Il coordinatore scientifico Donato A. Grasso ha sottolineato che gli insetti non registrano soltanto la presenza delle particelle, ma possono fornire informazioni legate a un’area specifica e a un periodo di esposizione. Le formiche, secondo i ricercatori, non sostituirebbero le centraline di monitoraggio, ma potrebbero affiancarle per individuare con maggiore dettaglio le zone nelle quali concentrare ulteriori misurazioni e interventi.
Una possibile applicazione prevede un sistema articolato in due fasi: uno screening iniziale basato sulla suscettibilità magnetica e, nei siti selezionati, un’analisi più approfondita delle particelle. L’obiettivo sarebbe ottenere mappe urbane ad alta risoluzione, riconoscere le aree di maggiore deposizione e orientare campagne mirate sulla qualità dell’aria.
Il metodo dovrà ora essere verificato in stagioni, città e contesti ambientali diversi. Sarà inoltre necessario confrontare i risultati con quelli delle reti ufficiali e di altri bioindicatori, oltre a valutare gli eventuali effetti del particolato sulla salute delle colonie. Tra gli sviluppi indicati dai ricercatori figurano anche l’integrazione con dati meteorologici, cartografia digitale e procedure automatizzate di analisi.