Alessandria (AL)

Piemonte frena sui robot chirurgici, il dottor Spinoglio: “Così si rischia di restare indietro”

La Regione limita gli investimenti nella chirurgia robotica. Il professor Spinoglio critica la scelta: “L’innovazione non può essere bloccata”

Piemonte frena sui robot chirurgici, il dottor Spinoglio: “Così si rischia di restare indietro”

La decisione della Regione Piemonte di rallentare l’espansione della chirurgia robotica riaccende il dibattito sul futuro dell’innovazione sanitaria. A discuterne durante la trasmissione Filo Diretto è stato il professor Giuseppe Spinoglio, tra i pionieri italiani della chirurgia robotica.

Lo stop ai robot chirurgici

Secondo il medico, alla base dello stop ci sarebbero principalmente motivazioni economiche legate al contenimento della spesa sanitaria. Una scelta che però, a suo giudizio, rischia di penalizzare il sistema ospedaliero piemontese rispetto ad altre regioni italiane ed europee.

Spinoglio ha ricordato come il Piemonte abbia sempre mostrato una certa prudenza verso questa tecnologia, a differenza di realtà come Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna, dove i robot chirurgici sono ormai diffusi in numerosi ospedali. Il confronto è significativo: solo l’ospedale Niguarda di Milano dispone di dieci robot chirurgici, quasi quanti quelli presenti complessivamente in tutto il Piemonte.

Nel corso dell’intervista, il professore ha contestato anche alcune motivazioni tecniche utilizzate per giustificare il rallentamento degli investimenti, come il peso delle apparecchiature sulle strutture ospedaliere. Problemi che, secondo Spinoglio, oggi sarebbero facilmente risolvibili grazie alle moderne soluzioni ingegneristiche.

Il nodo centrale resta però quello culturale. Per il chirurgo, una parte del mondo sanitario continua a guardare con diffidenza alle nuove tecnologie, preferendo modelli tradizionali già consolidati. Una resistenza che rischia di rallentare l’evoluzione della medicina.

Secondo Spinoglio, la diffusione internazionale della chirurgia robotica dimostra invece che questa tecnologia rappresenta ormai una direzione consolidata della sanità moderna. In molti Paesi, ha spiegato, i robot vengono installati anche in ospedali di dimensioni medio-piccole, con l’obiettivo di rendere l’innovazione accessibile a un numero sempre maggiore di pazienti.

Per il professore, il vero rischio è che il Piemonte perda competitività sanitaria e capacità di attrazione, restando indietro rispetto ai modelli più avanzati già adottati nel resto d’Italia e all’estero.

Il confronto sui costi divide il mondo sanitario

Costi elevati contro benefici clinici ancora discussi. È questo il cuore del confronto aperto sulla chirurgia robotica, tornato al centro del dibattito pubblico dopo le recenti valutazioni di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

Durante la trasmissione, il professor Giuseppe Spinoglio ha analizzato i principali punti critici contenuti nella relazione nazionale, che esprime perplessità sull’utilità della chirurgia robotica in diversi tipi di intervento.

Il chirurgo ha riconosciuto che la gestione di queste tecnologie comporti spese importanti, soprattutto per manutenzione e assistenza tecnica. I robot chirurgici, ha spiegato, richiedono controlli continui, collegamenti permanenti con le centrali operative delle aziende produttrici e interventi immediati in caso di guasti durante le operazioni.

Tuttavia, secondo Spinoglio, limitarsi al confronto economico rischia di fornire una lettura incompleta del problema. La chirurgia robotica, infatti, non nasce necessariamente per aumentare la sopravvivenza dei pazienti rispetto alle tecniche tradizionali, ma per migliorare precisione operatoria, qualità dell’intervento e recupero post-operatorio.

Uno degli aspetti più sottolineati riguarda la riduzione della curva di apprendimento per i chirurghi. Grazie al supporto tecnologico, anche specialisti meno esperti possono raggiungere più rapidamente standard elevati di precisione e sicurezza.

Il professore ha inoltre contestato alcuni criteri utilizzati negli studi comparativi, sostenendo che molti parametri clinici siano difficili da interpretare senza considerare il contesto organizzativo degli ospedali e le differenze tra i singoli pazienti.

Nel dibattito emerge così una questione più ampia: capire se la sanità debba valutare le innovazioni esclusivamente in termini di costi immediati oppure considerando anche qualità delle cure, evoluzione tecnologica e prospettive future della medicina.

La sfida della chirurgia del futuro

Più controlli, più formazione e percorsi certificati per i chirurghi. È questa, secondo il professor Giuseppe Spinoglio, la vera priorità per il futuro della chirurgia robotica. Secondo Spinoglio, il dibattito non dovrebbe concentrarsi sul blocco delle tecnologie, ma sulla qualità della preparazione professionale di chi utilizza i robot in sala operatoria.

Attualmente, ha ricordato, esistono già percorsi formativi specifici organizzati dalle aziende produttrici delle piattaforme robotiche, con corsi suddivisi per livelli di competenza e specializzazione. Tuttavia, secondo Spinoglio, manca ancora un sistema pubblico strutturato di verifica e certificazione.

Il professore ha citato i modelli adottati in Paesi come Regno Unito e Stati Uniti, dove i chirurghi possono eseguire determinati interventi robotici solo dopo aver ottenuto autorizzazioni specifiche e dopo controlli periodici sui risultati clinici.

Nel dibattito è emerso anche il tema delle resistenze culturali presenti nel mondo medico. Per Spinoglio, parte delle critiche alla chirurgia robotica deriverebbe dalla difficoltà di accettare il cambiamento e dalla paura che i pazienti scelgano i centri tecnologicamente più avanzati. Il professore ha criticato apertamente alcune posizioni ostili verso i robot, sostenendo che la tecnologia dovrebbe essere vista come uno strumento capace di aiutare anche chirurghi meno esperti a garantire interventi più sicuri e standardizzati.

Secondo Spinoglio, il futuro della chirurgia sarà inevitabilmente sempre più integrato con le nuove tecnologie. Per questo motivo, conclude, il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di rallentare l’innovazione, ma di costruire regole, controlli e percorsi formativi capaci di accompagnarne la crescita in modo sicuro ed efficace.