Taranto (TA)

Inchiesta sulla droga a Taranto, chieste 11 condanne

Le pene più severe riguardano due presunti vertici; sette posizioni prevedono sanzioni inferiori ai quattro anni.

Sono 11 le condanne chieste dalla pubblica accusa per gli imputati coinvolti nell’inchiesta The Cults, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto sul traffico di stupefacenti riconducibile alla criminalità nigeriana. L’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Taranto, aveva portato a dieci arresti.

La pena più alta, pari a 17 anni e 4 mesi di carcere, è stata sollecitata per Justice Osamede Imasuen. Per Mike Jerry, indicato dagli investigatori come una delle figure apicali del gruppo, la richiesta è di 10 anni e 7 mesi. Per Thangkod Okafor sono stati chiesti 7 anni e 7 mesi, mentre per Augustin Uzoma la pena proposta è di 6 anni e 8 mesi. Le richieste per gli altri sette imputati variano da 3 anni e 6 mesi a 6 mesi.

L’organizzazione nel centro cittadino

Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo avrebbe tentato di consolidare la propria presenza nel borgo umbertino, trasformando la città in un nuovo punto di riferimento per la criminalità straniera. Nell’indagine non è contestato il reato di associazione mafiosa, mentre le accuse comprendono, oltre al traffico di droga, il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, il riciclaggio, la rissa e i danneggiamenti.

Al vertice dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, ci sarebbero stati Mike Jerry, Ejike Okafore, conosciuto con il soprannome di Home Boy, e Chidiebele Livinus Onyeajawar, detto Prince. Questi ultimi due, insieme ad altri imputati, sono stati giudicati con il rito abbreviato. Alcuni dei coinvolti risultano inoltre già comparsi in procedimenti avviati da altre Procure italiane per ipotesi legate all’appartenenza a clan della criminalità centrafricana.

Droga, prostituzione e trasferimenti di denaro

Dall’inchiesta è emerso che i presunti promotori avrebbero raccolto e gestito il denaro destinato all’acquisto degli stupefacenti, recandosi anche a Bari per rifornirsi di marijuana. La sostanza sarebbe stata poi ceduta agli altri partecipi per lo spaccio. Un ulteriore filone riguardava lo sfruttamento di donne nigeriane, costrette secondo l’accusa a prostituirsi in appartamenti e locali del centro di Taranto.

I proventi, sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbero stati riciclati con la complicità di alcuni titolari di esercizi commerciali. Il sistema prevedeva trasferimenti di denaro tra conti intestati presso banche nigeriane, attraverso quelli che gli inquirenti hanno definito sportelli clandestini: somme versate in Italia potevano essere prelevate rapidamente in Nigeria, con garanzia di anonimato.

Le indagini erano state coordinate dal pm della Direzione antimafia Milto De Nozza, oggi procuratore aggiunto a Bari, e dall’allora sostituto della Procura ionica Enrico Bruschi, oggi procuratore aggiunto a Taranto. La prossima udienza, prevista a dicembre, sarà dedicata agli interventi del collegio difensivo, composto tra gli altri dagli avvocati Giulio Bray, Andrea Digiacomo, Michele Filannino, Daniela Lafratta e Paola Panaro.