Durante una seduta del Municipio 6 di Milano, la presidente Elisa Scarano ha invitato il consigliere della Lega Giovanni Binda a indossare la giacca per coprire una maglia del marchio Pivert. Secondo quanto riferito in aula, il brand è associato ad ambienti neofascisti.
La richiesta è arrivata nel giorno in cui il consiglio municipale era chiamato a votare una mozione di solidarietà per un ventenne aggredito da alcuni militanti di Blocco Studentesco. Scarano ha richiamato il regolamento dell’aula e i valori antifascisti riconosciuti dall’istituzione, chiedendo al consigliere di coprire la maglia.
Il confronto sul regolamento
Binda ha sostenuto che le norme non vietano di indossare marchi specifici. La presidente ha replicato che la seduta prevedeva la discussione di un ordine del giorno collegato a episodi attribuiti a quella corrente politica e ha definito la scelta dell’abbigliamento una possibile provocazione. Scarano ha inoltre ricordato che non sarebbe la prima volta che il consigliere si presenta con capi dello stesso tipo.
Al rifiuto di indossare la giacca, la presidente ha annunciato che avrebbe valutato quali strumenti utilizzare per intervenire sulla vicenda. Il confronto tra i due è proseguito sulla possibilità di adottare provvedimenti e sull’interpretazione delle regole relative all’abbigliamento in aula.
La mozione sull’aggressione
La mozione richiamata durante la discussione riguardava il giovane aggredito da esponenti di Blocco Studentesco. Il riferimento ha reso particolarmente delicata la presenza della maglia, considerata da Scarano riconducibile ad ambienti neofascisti. La presidente ha poi condiviso un video dell’accaduto, sostenendo che simboli e richiami alla violenza neofascista non debbano essere normalizzati, soprattutto all’interno delle istituzioni.
Nel suo intervento, Scarano ha ribadito che l’antifascismo rappresenta un fondamento della democrazia e ha invitato a condannare l’episodio. Il consigliere Binda ha invece mantenuto la propria posizione, contestando che il regolamento possa vietare uno specifico marchio. La vicenda si è quindi concentrata sul contrasto tra la libertà di scelta dell’abbigliamento e il significato attribuito a quel simbolo nel contesto della seduta.