Ventidue anni di carcere a Muhammad Sufyan e 17 a Muhammad Chand, i due cittadini pachistani di 24 e 32 anni accusati dell’omicidio di Harpal Singh, l’autotrasportatore di 59 anni ucciso a coltellate il 9 febbraio 2024 nella zona industriale di Seano, nel territorio di Carmignano. La decisione è stata pronunciata dalla Corte d’assise di Firenze al termine di una lunga camera di consiglio, dopo circa tre ore di controrepliche del pubblico ministero Valentina Cosci, dell’avvocato di parte civile Nicola Tria e dei difensori Ivan Esposito e Andrea Parlanti.
I due imputati, detenuti nel carcere di Prato, hanno ascoltato la lettura del verdetto dalle gabbie dell’aula, davanti ai familiari della vittima, presenti a ogni udienza. Entrambi avevano confessato l’omicidio. Il processo, caratterizzato da numerosi testimoni, accertamenti tecnici e attività investigative tradizionali, non ha però chiarito in modo definitivo il movente dell’aggressione.
Le ipotesi sul movente
La procura aveva inizialmente ipotizzato un delitto a scopo di rapina. Secondo quanto riferito dal figlio, Singh portava abitualmente con sé denaro contante e il giorno dell’omicidio avrebbe avuto tra 10 e 12 mila euro, mai ritrovati nonostante l’arresto dei due collaboratori. Sufyan e Chand furono fermati poche ore dopo su un treno diretto a Torino.
Nel corso del dibattimento, i due imputati sostennero di avere reagito alle minacce della vittima. Nella loro versione, l’autotrasportatore avrebbe impugnato un coltello dopo il rifiuto a un approccio sessuale. L’accusa ha invece sostenuto un’altra ricostruzione, legata a una parolaccia che Singh avrebbe rivolto ai collaboratori e alla successiva reazione violenta. I difensori hanno continuato a ritenere la versione degli assistiti sostenibile quanto quella proposta dalla procura.
Il ritrovamento nel furgone
Fu il figlio a trovare il padre senza vita nel furgone parcheggiato tra le fabbriche di Seano. Preoccupato per le chiamate rimaste senza risposta e per i messaggi a cui l’uomo non aveva risposto, il giovane raggiunse il luogo dell’appuntamento fissato per il rientro a casa. Le richieste di aiuto furono immediate, ma Singh era già morto per le numerose ferite da arma da taglio e per la copiosa perdita di sangue.
I carabinieri arrivarono alla soluzione del caso nel giro di poche ore, individuando i due collaboratori e procedendo al loro fermo. Singh viveva con la moglie e i figli in provincia di Mantova e raggiungeva ogni settimana il territorio pratese per ritirare la merce dai pronto moda e organizzare le spedizioni in Italia e all’estero. Svolgeva quel lavoro da anni, con l’aiuto del figlio e dei due collaboratori pachistani.
La vicenda aveva suscitato particolare interesse anche per il ruolo della vittima nella comunità sikh. Harpal Singh era stato il fondatore del primo tempio sikh in Italia, a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e guidava la comunità religiosa di Gonzaga, dove si era stabilito da anni.