Varese (VA)

Giovani e vita online: cosa raccontano 483 questionari a Varese

Il sondaggio anonimo fotografa rischi, relazioni e richieste d’aiuto tra i 15 e i 20 anni

Giovani e vita online: cosa raccontano 483 questionari a Varese

Quasi nove ragazzi su dieci hanno dichiarato di essere andati a dormire più tardi del previsto per continuare a usare il telefono o i social. Allo stesso tempo, il 63% ha raccontato che qualcosa vissuto online lo ha fatto sentire meglio o meno solo. Sono alcuni dei risultati del questionario anonimo Raccontaci la tua vita digitale, compilato da 483 ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni, soprattutto attraverso le scuole del territorio di Varese.

L’indagine ha raccolto esperienze legate all’immagine di sé, ai conflitti online, alla privacy, alle richieste d’aiuto e al rapporto tra dispositivi digitali, sonno e umore. I dati non costituiscono un campione rappresentativo della popolazione giovanile: descrivono le persone che hanno partecipato al progetto. Le percentuali, inoltre, sono calcolate sulle risposte fornite alle singole domande e possono non arrivare al 100% quando era possibile selezionare più opzioni.

Pressioni, conflitti e privacy

Il rapporto con la propria immagine digitale appare segnato dal timore del giudizio. Il 46% dei partecipanti ha cancellato o modificato almeno un contenuto pubblicato per paura delle reazioni altrui, mentre il 57% controlla spesso o molto spesso like, visualizzazioni e commenti. Il 30% pensa con frequenza che la vita degli altri, osservata sui social, sia migliore della propria. I filtri per cambiare il proprio aspetto sono invece meno utilizzati: il 53% dice di non usarli mai.

La dimensione dei conflitti è altrettanto presente. L’85% ha visto online insulti, prese in giro, esclusioni o contenuti offensivi rivolti a un’altra persona. Il 36% ha vissuto un litigio importante nato o cresciuto in rete, mentre il 19% ha subito direttamente derisioni, insulti, esclusioni o la diffusione di contenuti senza consenso. Tra chi ha subito, solo il 31% ne ha parlato con un adulto. Di fronte alle offese rivolte ad altri, il 46% non è intervenuto, il 28% ha segnalato il contenuto e il 25% ha difeso la persona presa di mira.

Anche la tutela dell’intimità resta un tema rilevante: il 14% ha ricevuto pressioni per inviare foto, video o messaggi intimi non desiderati e il 18% ha visto diffondere propri contenuti privati senza autorizzazione. Il 23% ha pensato di segnalare o denunciare un episodio, ma poi non lo ha fatto. Tra le motivazioni più frequenti ci sono il dubbio che il fatto fosse abbastanza grave, indicato dal 43%, la convinzione che non sarebbe servito, al 30%, e la volontà di non coinvolgere adulti, scuola o famiglia, al 26%.

Il ruolo degli adulti e della scuola

Quando qualcosa online preoccupa o mette in difficoltà, il 61% si rivolge soprattutto ad amici e coetanei. Il 38% parla con genitori o adulti di riferimento, il 22% con un familiare e il 20% non chiede aiuto a nessuno. Il 16% indica strumenti di intelligenza artificiale o chatbot, una quota superiore a quella di chi si rivolge a uno psicologo o a un altro professionista, pari all’8%, oppure a un insegnante o educatore, pari al 5%.

Il 57% ritiene che gli adulti conoscano e comprendano poco o per nulla la propria vita in rete. In famiglia si è parlato dei rischi legati a internet, social e smartphone in modo approfondito nel 28% dei casi, solo a grandi linee nel 48% e per niente nel 16%. Il 42% vorrebbe inoltre più occasioni a scuola per affrontare questi argomenti.

Le professioniste coinvolte nel progetto invitano a leggere i numeri senza semplificazioni. La psicologa e psicoterapeuta in formazione Federica Basile sottolinea che la frequenza d’uso, da sola, non consente di distinguere un’abitudine intensa da un comportamento problematico. La pedagogista Barbara Boggio richiama invece l’ambivalenza dello strumento, che può rendere più autonomi ma anche più dipendenti. L’avvocata Marisa Maraffino evidenzia la necessità di una rete di adulti capace di intervenire quando le situazioni riguardano possibili reati o richiedono sostegno psicologico e scolastico.

Il questionario mostra infine che il telefono non è percepito soltanto come una fonte di pressione. Il 51% ha provato ansia o disagio per la necessità di rispondere subito a messaggi e notifiche, il 44% si è sentito irritabile senza telefono per diverse ore, il 43% ha avuto un umore più basso dopo l’uso dei social e il 39% ha dormito male per qualcosa accaduto online. Ma il 63% riferisce anche di aver trovato in rete sostegno, compagnia o sollievo almeno qualche volta.

Le testimonianze raccolte confluiranno nello spettacolo Connessioni fragili, in programma il 14 novembre alle 21 alla Sala Napoleonica di Ville Ponti, a Varese, nell’ambito del festival Glocal. Il progetto è promosso da Anche Io APS, con il supporto editoriale di VareseNews e il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto. Il questionario anonimo resta aperto alle persone tra i 15 e i 20 anni.