È un’annata difficile per il mais nel Polesine, segnata da siccità, temperature eccezionali e costi di produzione sempre più elevati. Nelle aree agricole vicine al mare si è aggiunto il problema del cuneo salino, che ha compromesso la qualità dell’acqua utilizzata per l’irrigazione e aggravato le perdite nei campi.
La raccolta è stata anticipata di circa due settimane rispetto alle annate precedenti, perché il caldo ha accelerato la maturazione delle piante. A tracciare il quadro è Chiara Dossi, presidente del settore cereali alimentari di Confagricoltura Rovigo e Veneto, secondo cui le rese sono state basse e la qualità del prodotto mediocre, anche per la presenza di micotossine elevate.
Perdite più pesanti nei terreni non irrigui
Il mais è stato il seminativo più penalizzato dalla lunga fase di caldo, con temperature elevate sia durante il giorno sia nelle ore notturne. I problemi hanno riguardato anche i terreni irrigati: in diversi casi la maturazione non si è completata e alcune pannocchie non hanno sviluppato la granella. Nei campi non irrigui le perdite sono stimate attorno al 50-60 per cento, mentre nelle superfici irrigate si sono mantenute tra il 30 e il 40 per cento. A peggiorare il bilancio hanno contribuito anche le grandinate.
Secondo Dossi, il danno più rilevante è però legato alla sproporzione tra le spese sostenute e il valore del raccolto. Il mais richiede numerose irrigazioni, concimi e sementi costose. Il gasolio è passato da 0,70 a 1,50 euro al litro, mentre i fertilizzanti hanno registrato un aumento del 50 per cento. I costi complessivi hanno superato i 2.000 euro per ettaro e, anche dove la produzione è stata discreta, il reddito per le aziende è risultato insufficiente.
Superfici in crescita, ma futuro incerto
La situazione appare ancora più complessa alla luce degli investimenti effettuati negli ultimi anni. In base ai dati di Veneto Agricoltura, nel 2025 le superfici regionali destinate al mais da granella sono aumentate del 14,3 per cento, superando i 140 mila ettari. Il Veneto resta la prima regione italiana per estensione di questa coltura, con circa un quarto degli investimenti nazionali. Rovigo è la seconda provincia veneta per superficie coltivata, con 29 mila ettari e una crescita del 20,7 per cento, alle spalle di Padova e davanti a Venezia.
Le aziende hanno investito anche in impianti di irrigazione più efficienti e progettati per un utilizzo razionale della risorsa idrica, ma queste soluzioni non sempre bastano a fronteggiare stagioni particolarmente difficili. Tra i fattori di rischio vengono indicati anche la volatilità dei mercati, la riduzione dei fondi della Politica agricola comune, l’importazione di materie prime dall’estero e il calo dei prezzi riconosciuti agli agricoltori.
Per la prossima campagna, la prospettiva è quella di una possibile riduzione drastica delle semine se i costi non diminuiranno. Gli agricoltori potrebbero orientarsi verso colture estive meno onerose, come girasole e soia, mantenendo quelle autunno-vernine, tra cui orzo e frumento.
Le difficoltà del comparto emergono anche dai dati di Assalzoo: la produzione italiana di mais sarebbe diminuita di circa 35 per cento, mentre in Europa il raccolto effettivo si è fermato attorno ai 50 milioni di tonnellate, contro i 61 milioni attesi. Il divario, pari a 11 milioni di tonnellate, rappresenta uno dei livelli più bassi degli ultimi vent’anni. Nel frattempo, rispetto al 2019, sono aumentati i prezzi di sementi, concimi, energia e mangimi, mentre le nuove tensioni geopolitiche hanno alimentato ulteriori rincari energetici.