Una giornata di lavoro retribuita con 60 euro non può comportare la restituzione di quasi 20mila euro di pensione. È il principio affermato dalla Cassazione nella controversia che riguarda un pensionato di Ravenna, titolare del trattamento anticipato previsto da Quota 100, coinvolto in una richiesta dell’Inps dopo aver lavorato per un giorno in un’azienda agricola.
La vicenda risale al settembre 2020, quando l’uomo svolse una singola giornata di attività lavorativa dipendente. Nel marzo dell’anno successivo, l’Inps gli comunicò il ricalcolo della prestazione e gli chiese la restituzione di 19.632,74 euro, ritenendo violato il divieto di cumulo tra la pensione anticipata e i redditi da lavoro.
Il contenzioso tra Ravenna e Bologna
Assistito dall’avvocato Federica Moschini, il pensionato si rivolse al Tribunale di Ravenna. In primo grado, i giudici dichiararono insussistente l’indebito e condannarono l’ente previdenziale a restituire le somme eventualmente già trattenute. La decisione fu però ribaltata dalla Corte d’appello di Bologna, che accolse il ricorso dell’Inps.
La causa è quindi arrivata davanti alla sezione Lavoro della Suprema Corte. Con una sentenza pubblicata nei giorni scorsi, i giudici hanno annullato la pronuncia d’appello e disposto il rinvio della controversia alla Corte d’appello di Bologna, che dovrà esaminare nuovamente il caso in una diversa composizione.
Il principio della proporzionalità
Nelle motivazioni, la Cassazione ha chiarito che la disciplina di Quota 100 vieta il cumulo tra pensione e redditi da lavoro, ma non prevede in modo esplicito la perdita dell’intero trattamento per tutti i dodici mesi dell’anno in cui si è verificata la violazione. Secondo i giudici, una sospensione annuale non può essere applicata automaticamente in assenza di un preciso fondamento normativo.
La restituzione integrale della prestazione, osserva la Corte, avrebbe un effetto fortemente sanzionatorio e sproporzionato rispetto al reddito effettivamente percepito. Per questo, la riduzione dovrà essere commisurata al guadagno ottenuto con la ripresa dell’attività lavorativa, rispettando il principio di proporzionalità e garantendo al pensionato i mezzi adeguati alle proprie esigenze di vita.
Sarà ora il nuovo collegio della Corte d’appello di Bologna a determinare le conseguenze economiche della giornata lavorata nel 2020, applicando il principio stabilito dalla Suprema Corte. La decisione non esclude il divieto di cumulo, ma impedisce che una singola prestazione lavorativa produca automaticamente la perdita dell’intero trattamento annuale.