La morte di un cane o di un gatto può provocare una sofferenza intensa, in alcuni casi percepita come più forte di quella provata dopo la morte di una persona. Non si tratta però di una regola generale né di una gara tra affetti: le ricerche mostrano che questa esperienza esiste per una parte dei proprietari, ma non permettono di stabilire che sia comune a tutti.
Un’indagine condotta su 975 adulti britannici ha preso in esame 296 persone che avevano affrontato sia la morte di un essere umano sia quella di un animale. Tra loro, il 21% ha indicato il lutto per l’animale come il più doloroso. Il dato descrive una possibilità concreta, ma va interpretato con cautela: le risposte sono state raccolte online e a posteriori, mentre la perdita umana ricordata dai partecipanti non riguardava necessariamente un familiare stretto.
Il peso del legame e del mancato riconoscimento
Gli studi osservazionali e qualitativi aiutano a comprendere quali fattori accompagnino le reazioni più intense. Chi aveva costruito un legame affettivo particolarmente forte con il proprio animale tende a riferire una sofferenza più acuta dopo la sua morte. Si tratta di un’associazione ricorrente, che non basta tuttavia a spiegare perché una singola perdita possa essere vissuta come più dolorosa di un’altra.
Le ricerche disponibili hanno coinvolto soprattutto donne adulte bianche che vivevano con cani o gatti. Di conseguenza, i risultati potrebbero non rappresentare allo stesso modo ogni proprietario o ogni contesto culturale. A incidere sul vissuto può essere anche la reazione dell’ambiente: la morte di un animale viene talvolta minimizzata e il dolore non riceve il sostegno normalmente riconosciuto ad altri lutti. Gli studiosi parlano in questo caso di disenfranchised grief, cioè di un lutto non riconosciuto.
Conservare oggetti, fotografie o ricordi dell’animale, così come mantenere piccoli rituali, può aiutare alcune persone a sentirne la presenza; per altre, invece, può rendere più difficile il distacco. Sono risposte individuali molto diverse, per le quali non esiste un’efficacia dimostrata in modo generale.
Quando la sofferenza richiede un aiuto
Nei questionari di autovalutazione, alcune persone che hanno perso un animale riferiscono reazioni simili a quelle osservate nei lutti umani persistenti. Un punteggio, però, non equivale a una diagnosi. Il DSM-5-TR dell’American Psychiatric Association definisce il disturbo da lutto prolungato in relazione alla morte di una persona vicina e alla presenza, per almeno dodici mesi negli adulti, di sintomi specifici capaci di compromettere la vita quotidiana. La perdita di un animale non rientra in questo requisito formale.
Questo criterio serve a classificare una condizione clinica, non a stabilire quanto sia legittimo soffrire. Se il dolore impedisce di svolgere le attività quotidiane o si accompagna ad ansia e umore depresso difficili da gestire, è opportuno chiedere una valutazione professionale. In presenza di pensieri suicidari o di una crisi che mette a rischio la sicurezza, bisogna rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza o di assistenza urgente. La necessità di aiuto dipende dall’impatto della sofferenza, non dal tipo di perdita affrontata.