Varese (VA)

Cyberbullismo, il ruolo di chi assiste agli episodi online

Un'indagine anonima tra 439 giovani mostra quando scattano difesa e segnalazioni, ma anche perché molti restano in silenzio.

Quando si parla di cyberbullismo, l’attenzione si concentra quasi sempre su chi agisce e su chi subisce. Resta invece più ai margini il ruolo di chi assiste: ragazzi e ragazze che leggono una chat, vedono circolare un video o incontrano commenti offensivi e devono decidere se intervenire. Un questionario anonimo del progetto Connessioni fragili ha provato a raccogliere anche il loro punto di vista.

Alla rilevazione hanno risposto, al 12 ottobre, 439 giovani tra i 15 e i 20 anni, soprattutto attraverso le scuole del territorio che hanno aderito all’iniziativa. L’85% ha dichiarato di aver visto online insulti, prese in giro, esclusioni o contenuti offensivi rivolti a un’altra persona; per il 39% si tratta di situazioni osservate spesso.

Le reazioni davanti agli abusi

Tra coloro che hanno assistito a uno di questi episodi, il 25% ha cercato di difendere o sostenere la persona presa di mira. Il 28% ha segnalato il contenuto o il profilo, mentre il 23% ne ha parlato con gli amici. Le risposte potevano essere multiple. Quasi la metà, il 47%, ha invece detto di non aver fatto nulla. Tra le testimonianze raccolte c’è quella di un quindicenne che racconta di aver cercato di far capire l’errore a chi stava offendendo.

Il confronto con l’indagine EU Kids Online Italia, realizzata nel 2017 su un campione rappresentativo di 1.006 ragazzi tra i 9 e i 17 anni, deve essere letto con cautela perché domande e modalità non coincidono. Tra i 15-17enni coinvolti allora, il 39% aveva cercato di aiutare la vittima e il 61% non aveva fatto nulla. Nel nuovo questionario emerge comunque una differenza legata al genere: tra le ragazze che hanno visto qualcuno preso di mira, il 39% non è intervenuto, contro il 55% dei ragazzi. Le prime hanno inoltre segnalato contenuti o profili più del doppio rispetto ai secondi, con il 39% contro il 18%.

Conoscenza, esperienza e famiglia

Le risposte indicano anche una maggiore propensione a intervenire quando esiste un legame con la persona coinvolta. Tra chi era stato a sua volta preso di mira sul web, il 41% ha difeso la vittima; tra chi non aveva mai vissuto quell’esperienza la quota scende al 21%. Un andamento simile riguarda il rapporto con gli adulti: il 36% di chi aveva affrontato in famiglia, in modo approfondito, i rischi della rete ha difeso qualcuno, contro il 19% di chi non ne aveva mai parlato.

Si tratta di associazioni e non di rapporti di causa ed effetto. Inoltre, alcuni sottogruppi sono numericamente ridotti. Le testimonianze mostrano però che la conoscenza diretta pesa sulle decisioni: diversi partecipanti spiegano di essere intervenuti per una persona conosciuta, mentre avrebbero lasciato correre nel caso di uno sconosciuto. Anche uno studio del 2025 condotto nella Repubblica Ceca su 736 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, nell’ambito della rete EU Kids Online, ha rilevato una maggiore disponibilità ad aiutare chi aveva un buon rapporto con la vittima.

Tra i 95 ragazzi che avevano pensato di segnalare un contenuto senza poi farlo, la motivazione più frequente è stata il dubbio che la situazione fosse abbastanza grave: l’hanno indicata in 45. Seguono la convinzione che la segnalazione non sarebbe servita, con 32 risposte, e la volontà di non coinvolgere genitori, scuola o altri adulti, con 27.

Il rapporto con gli adulti appare infatti limitato. Su 371 ragazzi che avevano assistito a episodi offensivi, soltanto una decina ne ha parlato con un insegnante o con un altro adulto. Anche tra chi aveva subito direttamente comportamenti dannosi, quasi sei su dieci non lo avevano riferito. Il 58% dei partecipanti non sa, o non è sicuro di sapere, cosa fare se un contenuto online lo danneggiasse, oppure non si è mai posto il problema.

Il questionario non è un campione rappresentativo: descrive le risposte raccolte dal progetto Connessioni fragili, promosso da Anche Io APS con il supporto editoriale di VareseNews e il sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto. Le percentuali sulle reazioni non sommano a 100 perché era possibile selezionare più risposte. Dai dati non emerge un’indifferenza generalizzata, ma una difficoltà a valutare la gravità delle situazioni e a capire a chi rivolgersi. Anche per questo, la scelta di una quindicenne resta significativa: non conosceva la persona colpita, ma ha comunque parlato con un adulto.