Da bevanda cerimoniale giapponese a fenomeno globale sui social: il matcha è oggi associato al benessere, anche per il colore intenso e il rituale di preparazione. Dietro la moda, però, ci sono caratteristiche precise e benefici da valutare senza esagerazioni. Il prodotto nasce dalla Camellia sinensis, la stessa pianta del tè verde, ma viene coltivato in modo diverso: nelle settimane prima della raccolta le piante crescono all’ombra, sviluppando più clorofilla e conservando una maggiore quantità di L-teanina.
Dopo la raccolta, le foglie vengono cotte al vapore, private di steli e nervature e macinate a pietra fino a ottenere una polvere finissima. La differenza principale rispetto al tè verde in infusione è che con il matcha si ingerisce l’intera foglia, comprese fibre, clorofilla e sostanze poco solubili. Secondo Federica Almondo, specialista in Scienza dell’Alimentazione, questo comporta anche un apporto maggiore di catechine, polifenoli dalle proprietà antiossidanti.
Benefici documentati e false promesse
Le evidenze più solide riguardano il tè verde in generale, non necessariamente il matcha. Gli studi condotti soprattutto in Giappone e Cina hanno osservato, tra i consumatori abituali, un’associazione con un minore rischio cardiovascolare. Si tratta tuttavia di ricerche osservazionali, che non dimostrano un rapporto di causa ed effetto. Sul matcha gli studi clinici sono ancora pochi, di dimensioni ridotte e in alcuni casi finanziati da aziende del settore.
Non ci sono quindi basi per attribuire alla bevanda la capacità di bruciare i grassi, depurare il fegato, curare l’ansia o prevenire i tumori. Le catechine possono sostenere le difese antiossidanti nell’ambito di un’alimentazione equilibrata, ma l’effetto sul peso è limitato. Anche la formula servita nelle caffetterie va valutata con attenzione: se contiene sciroppi e molto latte, il matcha latte diventa di fatto un dessert.
La quantità di catechine è superiore a quella di un tè verde in infusione perché viene consumata la foglia intera, ma il dato secondo cui il matcha avrebbe “137 volte più antiossidanti” deriva da uno studio del 2003 che lo confrontava con un singolo tè cinese di qualità modesta. Il vantaggio rispetto a un tè di buona qualità è più contenuto. Anche la caffeina, o teina, merita attenzione: un grammo di polvere contiene circa 15-40 mg. Una tazza preparata con uno o due grammi può quindi avvicinarsi a un caffè; in gravidanza è consigliato non superare una tazza, per restare entro il limite di 200 mg al giorno.
Come riconoscere un prodotto di qualità
La L-teanina contribuisce invece alla sensazione descritta da molti consumatori come una concentrazione più calma rispetto a quella associata al caffè. Studi con elettroencefalogramma indicano un aumento delle onde alfa, legate a uno stato di rilassamento vigile. Insieme alla caffeina, la teanina può migliorare i risultati nei test di attenzione e attenuare alcuni effetti indesiderati, come l’agitazione.
Per distinguere un prodotto valido occorre osservare colore, profumo e consistenza. Un buon matcha è verde brillante, con un aroma fresco e vegetale e una lieve nota dolce. Tonalità olivastre, giallastre o marroni possono indicare foglie meno pregiate o una polvere ossidata. Al palato dovrebbe avere una piacevole sapidità umami e un’amarezza contenuta; odori di fieno, gusto molto aspro o granelli sul fondo sono segnali di bassa qualità.
In etichetta è importante verificare il Paese di origine, l’eventuale indicazione del primo raccolto e una lista degli ingredienti composta da una sola voce. Il prodotto teme luce, calore e aria: sono preferibili confezioni piccole, ben chiuse, da conservare in frigorifero dopo l’apertura e consumare in poche settimane. Infine, il rituale di preparazione può avere un valore autonomo: rallentare, ripetere gesti manuali e allontanare il telefono aiuta a creare una pausa, mentre trasformare tutto in un reel rischia di snaturarne la funzione.