Castiglion fiorentino (AR)

Da Castiglion Fiorentino il mistero della tomba di Francesco

Un dipinto seicentesco ricostruisce la tradizione sulla salma del santo e il ritrovamento avvenuto nell’Ottocento.

Il percorso della mostra dedicata all’immagine di Francesco, dal Medioevo al Novecento, conduce tra le grandi opere collocate nella chiesa di Sant’Ignazio. Tra queste figura una tela attribuita a Rutilio Manetti, artista senese vissuto tra il 1571 e il 1639, che raffigura papa Niccolò V mentre ritrova il corpo incorrotto di San Francesco nella cripta di Assisi.

L’opera proviene da Castiglion Fiorentino, dove fu realizzata per l’altare maggiore della cappella di San Donnino, nella pieve vecchia. L’edificio, radicalmente trasformato nel 1853, è diventato sede museale dal 2006. La tela è databile a dopo il 1632, anno in cui la cappella venne completamente rinnovata grazie a Benedetto Dragomanni.

Il racconto della sepoltura

Il dipinto è considerato una delle espressioni più significative della pittura mistico-naturalistica di impronta caravaggesca, corrente alla quale Manetti iniziò ad avvicinarsi intorno al 1615. Il soggetto riprende la discesa di Niccolò V nella chiesa sotterranea di Assisi, episodio dal quale sarebbe nata la tradizione della positura mirabilis del corpo del santo e dell’esistenza di una terza chiesa sotto la basilica inferiore.

Secondo la tradizione, dopo la morte di Francesco, avvenuta alla Porziuncola la sera del 3 ottobre 1226, il corpo venne nascosto in un luogo segreto e profondo sotto l’altare della basilica inferiore. Un documento del 29 aprile 1228, attribuito a Gregorio IX, parla di una ecclesia specialis. Il santo portava già da due anni i segni delle stimmate ricevute sul monte della Verna, ma le cicatrici furono rese note dopo la sua morte da frate Elia, suo amico e vicario dell’ordine.

Il 16 luglio 1228 Gregorio IX, al secolo Ugolino da Ostia, canonizzò Francesco. Due anni più tardi il corpo venne trasferito nella nuova chiesa di Assisi, alla presenza del ministro generale Giovanni Parenti e di una folla numerosa. La tomba divenne subito oggetto di devozione, ma le autorità decisero di occultare nuovamente le spoglie per impedirne il rapimento e garantirne la permanenza nella città.

La leggenda e il ritrovamento

La vicenda è narrata nella Franceschina, o Specchio dell’Ordine Minore, testo in volgare iniziato nel 1474 da Giacomo Oddi, francescano di Perugia. Il racconto attribuisce a Sisto IV la decisione di chiudere definitivamente il sepolcro, mentre nel 1443, per ordine di Eugenio IV, sarebbe stato serrato anche il passaggio di accesso. L’apertura venne poi collegata all’intervento di Niccolò V nel 1449.

La narrazione prosegue con la visita notturna del pontefice, accompagnato da alcuni prelati e illuminato dalle torce. Davanti a lui il santo sarebbe apparso in piedi, con le braccia conserte e gli occhi ancora vivaci. Il profumo diffuso nella chiesa e il sangue visibile sulle ferite delle stimmate avrebbero rafforzato il significato devozionale dell’episodio.

Il tema ebbe fortuna dall’inizio del Seicento, soprattutto nell’ambito della cultura controriformata, anche per il richiamo alla Legenda Maior di San Bonaventura. Le stimmate divennero così un elemento centrale dell’immagine di Francesco come alter Christus, mentre il corpo incorrotto veniva presentato come reliquia e testimonianza della sua santità. Nella tela di Manetti, il santo appare rigido, con gli occhi rivolti verso l’alto, sospeso tra vita e morte.

La tradizione del sepolcro nascosto fu superata dalla ricerca condotta molti secoli dopo. Il corpo venne ritrovato il 12 dicembre 1818, al termine di cinquantadue notti di scavi segreti. Dopo una ricognizione scientifica svolta da una commissione pontificia, i resti furono collocati nel 1978 in una teca protetta.