David Grossman, scrittore israeliano che ha perso un figlio in guerra, continua a intervenire pubblicamente contro la logica della vendetta e dell’escalation militare. In una lunga intervista realizzata nel 2009, tornata d’attualità per i temi affrontati, Grossman analizza il rapporto tra memoria, identità e conflitto, sostenendo la necessità di costruire ponti tra israeliani e palestinesi.
Per l’autore, la guerra è l’azione più inumana possibile e non può sostituire la politica nella gestione delle questioni irrisolte. La politica, sostiene, dovrebbe cercare di comprendere le ragioni dell’altro, riconoscendone la diversità senza trasformarla in inferiorità. Da questa premessa nasce il suo rifiuto della risposta basata sul principio del colpo su colpo e della convinzione che i moderati delle due parti debbano unirsi per isolare gli estremisti.
Il significato della memoria
Nel corso della conversazione, Grossman si sofferma sul significato del ricordo della Shoah. Ricordare, spiega, è necessario per evitare una nuova notte della ragione, ma la memoria rischia di diventare un gesto automatico se le parole restano prive di consapevolezza. Per confrontarsi davvero con quella tragedia, secondo lo scrittore, occorre provare a mettersi nei panni delle vittime e dei carnefici, ricostruendo il dilemma morale e la durezza delle condizioni in cui le persone furono costrette a vivere.
Grossman collega questa riflessione anche alla propria identità. Ha raccontato di aver scritto Vedi alla voce amore dopo aver compreso di non poter definire chi fosse, come ebreo, israeliano, scrittore, padre e uomo, senza fare i conti con l’Olocausto. Le identità ebraica e israeliana, osserva, non sono sempre sovrapponibili e possono persino entrare in conflitto, pur restando entrambe parte della sua esperienza.
Due Stati come prospettiva
Guardando al futuro, lo scrittore descrive come soluzione realistica la creazione di due Stati per due popoli. Ai palestinesi dovrebbe essere garantita la possibilità di vivere senza l’umiliazione dell’occupazione e di costruire autonomamente il proprio futuro; a Israele, invece, uno Stato sovrano, sicuro e indipendente. Grossman immagina entità politiche capaci di convivere con frontiere normali, passaggi aperti e libertà di movimento per persone, idee e merci.
Il percorso, ammette, è ostacolato dalla paura. Quando le persone sono terrorizzate, sostiene, tendono a voler sconfiggere l’altro prima ancora di ascoltarlo. Per questo servirebbero due parti abbastanza forti da parlarsi e da accettare concessioni dolorose ma necessarie, superando sospetto, pregiudizi e diffidenza.
La conclusione dell’intervista è un appello a interrompere la spirale di sangue e odio. Se il processo verso la convivenza non verrà accelerato, avverte Grossman, frustrazione e risentimento rischieranno di rafforzare le posizioni estremiste, compresa la strada aperta da Hamas. La prospettiva indicata resta quella di un impegno comune dei moderati, nella convinzione che gli ideali di pace possano ancora prevalere sulla violenza.