La parabola del seminatore, proposta nel Vangelo della settima domenica dal martirio di San Giovanni, è un testo conosciuto e proprio per questo rischia di scivolare via dall’attenzione. La familiarità con il racconto può spingere a una lettura rapida, limitata a un confronto immediato tra la propria interiorità e i diversi terreni descritti da Gesù. Il commento di don Giovanni Milani invita invece a soffermarsi con pazienza sul testo e sul significato della scelta evangelica di parlare attraverso immagini e parabole.
Il discorso in parabole
La narrazione si colloca all’inizio del terzo grande discorso del Vangelo secondo Matteo, dedicato appunto alle parabole. Gesù non ricorre a questo linguaggio per rendere più piacevole o semplice il suo annuncio, ma per suscitare una riflessione più profonda e personale. Anche il richiamo profetico contenuto nel brano, che potrebbe sembrare orientato a nascondere il messaggio, va letto in questa prospettiva: l’immagine non sottrae la verità, ma chiede a chi ascolta un’attenzione vigile e una disponibilità autentica.
La scena descritta da Gesù richiama il paesaggio agricolo dell’epoca, fatto di piccoli appezzamenti ricavati in territori aridi, attraversati da sentieri e circondati da rovi e accumuli di pietre. Prima ancora di osservare la diversa condizione dei terreni, però, il commento suggerisce di guardare al protagonista dell’azione: il Seminatore. È il Signore, o Dio stesso, che compie il gesto della semina con ampiezza e apparente prodigalità, senza limitare l’offerta del seme a un’unica porzione di terreno.
La responsabilità dell’ascolto
Quella larghezza esprime la generosità della Parola, capace di portare fecondità e vita, ma richiama anche la necessità di un’accoglienza positiva. Il seme non è privo di forza: la sua efficacia dipende dalla disponibilità di chi lo riceve e dalla capacità di custodirlo nel tempo. La semina diventa così anche un segno della fiducia del Signore, che continua a rivolgersi a ogni persona e in ogni condizione.
Il brano evangelico richiama quindi i principali ostacoli che possono impedire alla Parola di radicarsi. Il maligno può sottrarla a chi la ascolta con superficialità; un’accoglienza iniziale accompagnata da incostanza può non resistere alle difficoltà; infine, le preoccupazioni del mondo e le seduzioni della ricchezza possono soffocare il seme prima che produca frutto. L’ascolto autentico richiede un cammino capace di superare queste fragilità e di lasciare spazio alla trasformazione interiore.
La conclusione è un invito alla gratitudine per il dono ricevuto. La semina del Signore porta con sé la possibilità di una vita nuova, ma chiede di essere accolta con responsabilità, perseveranza e apertura. Il frutto non è automatico: nasce quando la Parola viene custodita e diventa concreta nella vita di chi l’ha ascoltata. In questa prospettiva, la parabola non propone soltanto un’analisi dei diversi terreni, ma sollecita ciascuno a verificare quale spazio stia offrendo oggi al seme del Vangelo.