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Palpitazioni serali, quando può essere fibrillazione atriale

L’ora non basta: per confermare l’aritmia serve un tracciato elettrocardiografico.

Un cuore che all’improvviso batte forte, accelera o sembra perdere il passo durante la sera può far pensare alla fibrillazione atriale. Le palpitazioni sono infatti uno dei possibili segnali dell’aritmia e, in alcune persone, gli episodi possono concentrarsi in determinate fasce della giornata. L’orario, però, non consente di riconoscere la malattia: né la comparsa serale né la sensazione avvertita nel petto bastano a distinguere la fibrillazione atriale dalle altre cause.

A dare una risposta è il ritmo registrato su un tracciato. Per capire quando cercarlo contano soprattutto la frequenza con cui gli episodi ritornano, la loro durata e gli eventuali disturbi associati. L’ora di inizio può essere un’informazione utile da riferire al medico, ma non ha il valore di un test diagnostico.

La sera non è un orario valido per tutti

Alcuni dati suggeriscono che la fibrillazione atriale possa presentare variazioni nell’arco della giornata. Uno studio su quasi 10.000 episodi sintomatici ha individuato due picchi, uno al mattino e uno alla sera. Un’altra analisi, condotta per due settimane su 74 persone con la forma parossistica, quella che compare e scompare, ha invece rilevato il picco nel tardo pomeriggio.

Le differenze tra le popolazioni analizzate e i metodi di rilevazione impongono cautela. Nel complesso, i risultati mostrano distribuzioni variabili e non indicano un orario tipico valido per chiunque. Inoltre, gli studi hanno osservato persone che avevano già ricevuto una diagnosi: non stabiliscono quante palpitazioni serali, in chi non conosce il proprio ritmo, siano effettivamente dovute alla fibrillazione atriale.

Le palpitazioni restano quindi un sintomo, non una diagnosi. La percezione di un battito forte, veloce o irregolare può dipendere da extrasistoli, altre aritmie, ansia, alcuni medicinali, anemia o ipertiroidismo. La fibrillazione atriale può provocare anche stanchezza, affanno, capogiri e irregolarità del battito, ma gli stessi disturbi possono avere origini diverse. In alcuni casi, inoltre, l’aritmia non provoca sintomi.

Quando serve una valutazione urgente

La priorità è la sicurezza. Se le palpitazioni sono accompagnate da dolore al petto, difficoltà respiratoria o sensazione di svenimento, è necessario chiamare il 112. La stessa indicazione vale in presenza improvvisa di difficoltà a parlare o debolezza di un lato del corpo. Non è necessario sapere se si tratti di fibrillazione atriale prima di chiedere aiuto e, anche se i sintomi sono già passati, la valutazione resta urgente. È inoltre importante non mettersi alla guida per raggiungere il pronto soccorso.

Al di fuori dell’emergenza, le palpitazioni che si ripetono, diventano più frequenti o durano più di qualche minuto meritano una visita, anche se al momento del controllo il ritmo è normale. La diagnosi richiede una conferma elettrocardiografica: può essere ottenuta con un ECG tradizionale o con un dispositivo capace di registrare un vero tracciato, con una o più derivazioni, che dovrà essere interpretato da un professionista.

Il semplice avviso di irregolarità di uno smartwatch basato soltanto sul sensore ottico, senza una registrazione ECG, non è sufficiente. Poiché gli episodi possono iniziare e terminare spontaneamente, un ECG normale eseguito tra un episodio e l’altro non esclude la forma parossistica. Se il sospetto rimane, il monitoraggio viene scelto in base alla frequenza dei sintomi: una registrazione continua di 24 ore può essere utilizzata quando gli episodi sono ravvicinati o si sospettano eventi senza sintomi; se sono più distanziati, si può ricorrere a un registratore di eventi o a un’altra tecnologia ECG per un periodo adeguato.

Per questo motivo, un Holter di 24 ore negativo non chiude la questione quando gli episodi sono rari. Il tracciato più utile è quello che riesce a documentare il ritmo proprio durante una crisi. Una volta diagnosticata la fibrillazione atriale, la valutazione comprende anche la prevenzione dell’ictus. L’eventuale terapia anticoagulante dipende dal rischio individuale: non tutti ne hanno bisogno e la natura intermittente degli episodi, da sola, non è sufficiente per escluderla o indicarla.