Nazionale

Tessili usati, così prendono forma nuove risorse

Selezione, fibre rigenerate, combustibile secondario e polveri riutilizzate ridisegnano la filiera dopo il conferimento.

Il recupero dei tessili non riguarda soltanto pantaloni, magliette e giacche. Nei cassonetti possono finire anche tende, lenzuola, coperte, asciugamani e rivestimenti, materiali che, dopo la raccolta, vengono selezionati e avviati a percorsi diversi. I capi ancora in buone condizioni possono essere destinati al riutilizzo; quelli più usurati entrano invece nella filiera del trattamento, dove vengono sanificati, controllati e separati in base alle fibre.

A spiegare l’evoluzione del settore è Lucia Leonessi, direttore generale di Cisambiente Confindustria. Secondo Leonessi, il cambiamento principale riguarda la capacità di trasformare materiali un tempo destinati allo smaltimento in nuove risorse. Le tecnologie disponibili consentono oggi di riconoscere e separare le fibre con maggiore precisione, rendendo possibile il recupero di una parte più ampia dei tessili post consumo.

Dai cassonetti alla nuova materia prima

L’aumento dei rifiuti tessili è legato anche alla velocità con cui vengono proposte nuove collezioni e alle abitudini di acquisto. Il cosiddetto fast fashion porta a comprare più capi, utilizzarli per periodi più brevi e sostituirli rapidamente. Per la dirigente, la risposta non consiste soltanto nel ridurre gli acquisti, ma anche nel progettare indumenti più durevoli e tracciabili, in modo da facilitarne il recupero alla fine del ciclo di utilizzo.

La selezione è una fase decisiva perché consente di distinguere i materiali e stabilire il loro possibile impiego. Una coperta di lana può tornare a essere lana, mentre un tessuto di cotone può essere trasformato in nuovo filato. I materiali sintetici, invece, possono trovare una seconda applicazione in altri comparti industriali. La filiera comprende anche alcuni componenti automobilistici, come rivestimenti dei sedili, pannelli interni delle portiere e materiali fonoassorbenti.

Non tutte le frazioni possono però essere rigenerate come fibre. In questi casi, la parte non recuperabile può essere trasformata in CSS, combustibile solido secondario, destinato a un impiego energetico alternativo e potenzialmente utile a ridurre il ricorso ai combustibili fossili. Il materiale che non può rientrare nel ciclo tessile, quindi, può essere indirizzato verso un diverso utilizzo produttivo.

Il recupero delle polveri tessili

Tra gli sviluppi più recenti c’è anche il riuso delle polveri che si formano durante la lavorazione. Si tratta di particelle finissime composte, tra gli altri materiali, da lana, cotone, seta o nylon. Da residui di processo possono diventare componenti per packaging, oggetti di design e montature per occhiali, con applicazioni che ampliano ulteriormente le possibilità di recupero.

Anche i sistemi di raccolta stanno cambiando. In Spagna, per esempio, sono stati introdotti contenitori per i tessili usati all’interno di negozi di moda e centri commerciali. L’obiettivo è avvicinare il conferimento ai luoghi in cui si acquistano nuovi prodotti e trasformare il riciclo in un gesto più semplice e abituale. Il modello, riferisce Leonessi, potrebbe essere replicato anche in Italia.

La prospettiva indicata è quella di rendere il recupero una pratica quotidiana. Un capo non più utilizzato può essere riusato, trasformato o reinserito nel ciclo produttivo sotto una forma diversa: una logica che punta a ridurre lo spreco e a mantenere il valore delle fibre il più a lungo possibile.