Roberto Cavalieri, Garante regionale dei detenuti, torna a richiamare l’attenzione sulle condizioni delle persone con patologie psichiatriche sottoposte a misure detentive. L’intervento arriva dopo il suicidio di Mena Istafanous, il secondo caso registrato dall’inizio dell’anno in Emilia-Romagna che coinvolge una persona con accertati problemi psichici.
Il caso di Reggio Emilia
La vicenda si è verificata a Reggio Emilia, dove è presente un presidio psichiatrico considerato dal Garante il più importante della regione. Proprio la presenza della struttura, ha sottolineato Cavalieri, rende il caso particolarmente significativo e solleva interrogativi sulla capacità del sistema di individuare soluzioni adeguate per chi si trova in condizioni di fragilità mentale.
Secondo il Garante, la carcerazione può aggravare situazioni psichiche già compromesse. Una persona in stato di scompenso, e non in grado di provvedere a se stessa, rischia infatti di vedere peggiorare ulteriormente la propria condizione se inserita in un istituto penitenziario, soprattutto quando non sussistono elementi tali da indicare una concreta pericolosità sociale.
La richiesta di misure alternative
Cavalieri ha ricordato di avere già sollecitato, circa un anno e mezzo fa, procure e tribunali dell’Emilia-Romagna, insieme agli assessorati al welfare dei Comuni, a intervenire per ridurre il numero dei decessi in carcere. Il tema indicato riguarda in particolare le persone che non hanno possibilità di reiterare il reato ma non dispongono di un domicilio dove scontare una misura alternativa.
In questi casi, la proposta è di predisporre luoghi di accoglienza o abitazioni, così da consentire al giudice per le indagini preliminari di valutare la detenzione domiciliare o altre soluzioni esterne al carcere. L’appello è rivolto ai servizi sanitari, alle procure e agli organi giudiziari, affinché siano definite forme preventive di accoglienza rapide e immediatamente attivabili per le persone con disturbi psichici.
Per il Garante, una risposta tempestiva richiede il coordinamento tra sistema sanitario, servizi sociali e autorità giudiziaria. L’obiettivo indicato è evitare che l’assenza di un domicilio o di una rete di sostegno determini automaticamente l’ingresso in carcere di persone che potrebbero essere assistite in contesti diversi e più adeguati alle loro condizioni.