La leucemia mieloide cronica è oggi una malattia in molti casi controllabile nel lungo periodo, con prospettive di vita che possono avvicinarsi a quelle della popolazione generale. Il cambiamento è legato soprattutto all’introduzione, negli ultimi due decenni, dei farmaci a bersaglio molecolare. Alla patologia è dedicata la Giornata mondiale che si celebra ogni anno il 22 settembre, data che richiama i cromosomi 9 e 22 coinvolti nell’alterazione genetica caratteristica della malattia.
La leucemia mieloide cronica è una neoplasia del sangue causata da un’alterazione delle cellule staminali del midollo osseo. La traslocazione tra i cromosomi 9 e 22 porta alla formazione del cosiddetto cromosoma Philadelphia. Da questo riarrangiamento deriva la fusione dei geni BCR e ABL1, che produce una proteina capace di stimolare la proliferazione incontrollata delle cellule leucemiche.
Diagnosi e trattamento
In numerosi casi la malattia viene individuata casualmente attraverso un emocromo, che evidenzia un aumento dei globuli bianchi. Altri possibili segnali sono stanchezza, perdita di peso, sudorazioni notturne e ingrossamento della milza. La diagnosi viene confermata attraverso esami molecolari, tra cui la RT-PCR, utilizzata per individuare e misurare il trascritto BCR::ABL1. In alcune situazioni può essere necessario anche l’agoaspirato midollare.
La svolta terapeutica è arrivata con gli inibitori delle tirosin-chinasi, medicinali progettati per bloccare l’attività della proteina responsabile della proliferazione cellulare. Il primo farmaco di questa classe è stato imatinib, seguito da molecole di seconda e terza generazione. Tra le opzioni più recenti c’è asciminib, che agisce attraverso un meccanismo differente. La disponibilità di più trattamenti consente agli specialisti di adeguare la scelta alla risposta ottenuta, alle condizioni del malato e agli eventuali effetti collaterali.
La remissione senza terapia
Uno degli obiettivi attuali è raggiungere una remissione libera da trattamento. La sospensione può essere presa in considerazione soltanto per persone accuratamente selezionate, che abbiano seguito la terapia per un periodo adeguato e ottenuto una risposta molecolare profonda e stabile. In questi casi, la decisione deve essere valutata e seguita dagli specialisti.
Secondo i dati riportati, circa il 40-50 per cento dei pazienti selezionati mantiene la remissione anche dopo la sospensione dei farmaci. L’interruzione non equivale tuttavia a una guarigione definitiva e non può essere decisa autonomamente. Sono necessari controlli molecolari regolari per individuare tempestivamente un’eventuale ripresa della malattia e, se necessario, riavviare il trattamento.