Internazionale

Da Angera ai fondali, l’AI porta i droni nel mondo reale

Algoritmi e mezzi senza pilota ampliano le capacità di ricerca, soccorso e impiego bellico, mentre restano aperti i nodi delle regole.

Il 15 aprile 2022, un incendio distrusse circa cinquanta ettari della collina di San Quirico, ad Angera. Per tutta la notte vigili del fuoco e volontari lavorarono sul fronte del rogo, affiancati dai droni del nucleo SAPR dei vigili del fuoco, dotati di termocamere per osservare dall’alto le aree più difficili da controllare nel buio e nel fumo. Poche settimane dopo, l’attenzione si spostò sul possibile impiego militare degli stessi strumenti, mentre uno sciame di cinquecento droni illuminava il cielo sopra il Colosseo per il lancio di un docufilm.

In quattro anni, però, il cambiamento più importante non ha riguardato soltanto la diffusione dei velivoli. Alla componente fisica si è aggiunto il cervello dell’intelligenza artificiale. Oggi la parola drone identifica sistemi molto diversi: possono avere quattro eliche o ali, dimensioni paragonabili a quelle di un aeroplano oppure a quelle di un insetto, muoversi sulla terra, sull’acqua o sott’acqua. Possono inoltre restare collegati a un operatore oppure ricevere un obiettivo e svolgere autonomamente parte della missione. Gli elementi comuni sono la capacità di vedere, comprendere, spostarsi e agire.

Dalla ricerca al coordinamento

La cronaca mostra già le conseguenze di questa evoluzione. Nella notte tra il 18 e il 19 settembre, droni non identificati costrinsero l’aeroporto del Lussemburgo a sospendere le operazioni e a dirottare diciannove voli. Ad agosto, a Lipsia, un apparecchio con esplosivo e detonatore fu trovato nell’area di uno dei principali aeroporti cargo europei. In questi casi non è necessario ipotizzare una superintelligenza: è sufficiente che qualcuno possa portare, senza esporsi, un dispositivo in un luogo dove non dovrebbe trovarsi.

Lo scenario più estremo è stato delineato il 26 gennaio da Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato di Anthropic, in un saggio sulla competizione tecnologica con la Cina. Amodei ha ipotizzato sciami di milioni o miliardi di droni armati, controllati localmente da un’intelligenza artificiale e coordinati su scala globale da sistemi ancora più potenti. È una previsione presentata come estrema, ma il punto centrale non è soltanto il numero dei dispositivi: è la loro capacità di coordinarsi come un sistema.

Negli ultimi anni l’attenzione pubblica si è concentrata soprattutto su strumenti come ChatGPT, Claude e Gemini, capaci di scrivere, tradurre, programmare e conversare. Intanto i droni si sono moltiplicati in modo meno visibile. In provincia di Varese, tra Barasso e Gavirate, un disperso nei boschi è stato cercato con squadre a terra, localizzazione del telefono e piloti dei vigili del fuoco, fino al ritrovamento all’alba in ipotermia ma vivo. Sul lago di Monate, nelle ricerche di un uomo scomparso in kayak, sono stati impiegati sommozzatori, sonar e droni.

Il nodo del controllo umano

La trasformazione riguarda anche gli ambienti più difficili da raggiungere. La NOAA statunitense sta installando sistemi di intelligenza artificiale a bordo di veicoli subacquei per individuare, seguire e identificare autonomamente gli animali delle profondità. In una missione durata 69 ore, un veicolo autonomo ha documentato diverse specie di sifonofori. In ambito militare, il programma Deep Thoughts della DARPA punta invece a piccoli veicoli autonomi capaci di raggiungere le massime profondità oceaniche, riducendo i tempi di sviluppo da anni a mesi.

Il passaggio decisivo consiste nel modificare il rapporto tra la macchina e chi le assegna un compito. Prima l’operatore indicava come muoversi, poi dove andare; sempre più spesso può limitarsi a stabilire che cosa cercare, per esempio un’anomalia, una persona o un animale. Il passo successivo è definire il risultato da ottenere, lasciando al sistema maggiore libertà sulle modalità. L’intelligenza artificiale esce così dallo schermo e viene collegata a un corpo capace di osservare e intervenire nel mondo fisico.

Per i droni civili esiste una disciplina europea, con ENAC come autorità nazionale. In campo militare, invece, il quadro è molto più debole: l’AI Act europeo esclude i sistemi usati per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Il tema è quindi affidato ai negoziati internazionali. Quasi 130 Stati hanno lavorato a una definizione condivisa di sistema d’arma autonomo; il segretario generale dell’ONU António Guterres e la presidente della Croce Rossa internazionale Mirjana Spoljaric hanno chiesto un trattato vincolante. Al centro resta il principio del controllo umano significativo, cioè la questione di chi decida e quanto sia vicino il soggetto che assegna l’obiettivo.

Le applicazioni possibili non riguardano soltanto la guerra: sistemi coordinati potrebbero cercare dispersi, controllare linee elettriche o trasportare medicinali dove le strade non arrivano. La tecnologia, però, non stabilisce da sola che cosa debba essere cercato. La decisione dipende da regole e responsabilità. Occhi, corpi e cervelli possono trovarsi in luoghi diversi: nell’aria, sul fondo dell’oceano e in un centro dati dall’altra parte del mondo. La domanda sul futuro dell’intelligenza artificiale, quindi, non riguarda soltanto quanto diventerà intelligente, ma anche quanti corpi avrà.