Il dato sull’inflazione comunicato dall’Istat può incidere sui contratti di locazione in vigore a settembre. L’indice registrato ad agosto ha segnato una variazione annua del 3,4%, percentuale che può essere utilizzata per aggiornare alcuni canoni. L’incremento, tuttavia, non scatta automaticamente per tutti gli inquilini.
La possibilità di applicare l’adeguamento dipende infatti dalle condizioni stabilite nel contratto firmato tra proprietario e conduttore. Se l’accordo non prevede una clausola di aggiornamento legata all’inflazione, il locatore non può chiedere un aumento del canone sulla base del nuovo dato. Al contrario, nei contratti che consentono l’adeguamento annuale integrale, l’incremento teorico può arrivare al 3,4%.
Quando il canone può cambiare
Per verificare se l’affitto può essere modificato è quindi necessario controllare il testo del contratto. La clausola indica se l’aggiornamento è previsto, quale percentuale dell’inflazione può essere applicata e da quando l’aumento può essere richiesto. Di conseguenza, due persone con lo stesso canone mensile possono trovarsi in situazioni diverse: una può essere soggetta all’adeguamento, mentre l’altra può non dover sostenere alcun rincaro.
In alcuni contratti, soprattutto per negozi, uffici e attività professionali, l’adeguamento è limitato al 75% dell’inflazione. In questo caso l’incremento effettivo sarebbe pari al 2,55%. Su un canone mensile di 800 euro, l’aumento integrale del 3,4% corrisponderebbe a 27,20 euro, portando l’importo a 827,20 euro. Con il limite del 75%, invece, l’incremento sarebbe di 20,40 euro al mese.
Il caso della cedolare secca
Non sono soggetti all’aggiornamento legato all’inflazione gli inquilini il cui contratto è sottoposto alla cedolare secca. Scegliendo questo regime fiscale, il proprietario rinuncia agli adeguamenti del canone per tutta la sua durata. Pertanto, anche in presenza della variazione del 3,4% rilevata dall’Istat, l’affitto non può essere aumentato finché resta in vigore tale opzione.
Gli esempi consentono di valutare l’impatto massimo dell’adeguamento. Su un canone di 600 euro l’aumento del 3,4% sarebbe di 20,40 euro al mese; su 800 euro arriverebbe a 27,20 euro; su 1.000 euro raggiungerebbe 34 euro. Gli importi sarebbero più contenuti nei contratti che prevedono l’applicazione del solo 75% dell’inflazione.
Il dato pubblicato dall’Istat rappresenta quindi soltanto il limite massimo applicabile agli accordi che prevedono l’aggiornamento. Prima di considerare dovuto l’aumento, occorre verificare la clausola contrattuale, la percentuale prevista e l’eventuale applicazione della cedolare secca.