Nazionale

PMOS, il peso e le nuove strategie di cura

Insulino-resistenza, squilibri endocrini: dimagrire può essere complesso; indicato un percorso multidisciplinare e personalizzato.

Il primo settembre si è celebrata la Giornata mondiale della PMOS, la sindrome conosciuta per decenni come ovaio policistico. In Italia riguarda una quota stimata tra il 6% e il 10% delle donne in età fertile. La nuova denominazione, acronimo di Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome, intende sottolineare la natura endocrina e metabolica della patologia, oltre a quella ginecologica.

La difficoltà a perdere peso non dipende necessariamente da scarsa volontà o da uno stile di vita inadeguato. Nella regolazione del metabolismo energetico intervengono ormoni, insulina, tessuto adiposo, cervello, intestino e processi infiammatori, che influenzano appetito, sazietà, consumo energetico e capacità di accumulare grasso. Per questo la PMOS viene oggi considerata un disturbo sistemico, che richiede una valutazione complessiva.

Dalla funzione ovarica al metabolismo

Secondo la dottoressa Raffaela Di Pace, specialista in Ginecologia e Ostetricia e sessuologa clinica all’Ospedale San Giuseppe di Milano, per anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sull’ovaio. Le evidenze più recenti hanno invece evidenziato il ruolo centrale della componente metabolica, orientando verso un approccio diagnostico e terapeutico differente.

La sindrome non coinvolge soltanto la funzione riproduttiva. Ginecologo, endocrinologo, nutrizionista e, quando necessario, psicologo possono collaborare a un percorso personalizzato, definito in base alle condizioni cliniche, agli obiettivi della paziente e all’eventuale desiderio di gravidanza. Non tutte le donne con PMOS sono in sovrappeso: la patologia presenta infatti fenotipi clinici diversi.

In una parte delle pazienti, la resistenza all’insulina ha un ruolo rilevante. Le cellule rispondono meno all’ormone e il pancreas ne produce quantità maggiori per mantenere stabile la glicemia. L’iperinsulinemia può stimolare la produzione ovarica di androgeni, alterare la maturazione dei follicoli e ostacolare l’ovulazione, favorendo cicli irregolari, difficoltà di concepimento, acne e irsutismo.

Si crea così un circolo vizioso: l’aumento di peso, soprattutto addominale, può peggiorare la resistenza all’insulina e favorire l’anovulazione. Allo stesso tempo, la disfunzione ovarica e l’eccesso di androgeni possono rendere più difficile il controllo del metabolismo. Anche alimentazione equilibrata e attività fisica regolare possono quindi non tradursi rapidamente in un calo ponderale.

Stile di vita e nuove opzioni terapeutiche

Quando indicata, una riduzione del 10-15% del peso corporeo può migliorare la sensibilità all’insulina, favorire la ripresa dell’ovulazione, regolarizzare il ciclo mestruale e aumentare le probabilità di concepimento. L’obiettivo non è soltanto estetico: intervenire sulla componente metabolica può contribuire a ridurre il rischio associato a diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, steatosi epatica e alcuni tumori ormono-sensibili.

Il grasso viscerale, accumulato intorno agli organi addominali, agisce infatti come un organo endocrino e può favorire stress ossidativo e infiammazione cronica di basso grado. Per questo i cardini del trattamento restano alimentazione equilibrata, attività fisica e controllo del peso. La pillola contraccettiva può aiutare a gestire irregolarità mestruali, acne e irsutismo, ma non interviene sull’intera componente metabolica della sindrome.

Quando lo stile di vita non è sufficiente e sono presenti precise indicazioni cliniche, possono essere valutati gli agonisti del recettore del GLP-1, sviluppati inizialmente per il diabete di tipo 2 e in seguito approvati anche per l’obesità. Tra i principi attivi citati figura la semaglutide, che agisce sui meccanismi legati ad appetito, sazietà e metabolismo. Questi farmaci non sostituiscono le abitudini salutari, ma possono affiancarle in percorsi selezionati.

Tra le prospettive indicate nell’articolo c’è anche la formulazione orale della semaglutide, che potrebbe ampliare le possibilità di trattamento e favorire l’aderenza nelle terapie prolungate. La gestione della PMOS deve comunque restare personalizzata, con l’obiettivo di controllare i sintomi, intervenire sui meccanismi della malattia e prevenire le complicanze nel tempo.