I social network fanno ormai parte della quotidianità di molti adolescenti e possono occupare una parte significativa del tempo libero, ma anche delle ore dedicate allo studio. Una ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour ha analizzato il rapporto tra alcune abitudini digitali e il rendimento scolastico di migliaia di studenti italiani, mettendo a confronto i dati con i risultati delle prove Invalsi.
Dall’analisi è emersa un’associazione tra l’apertura di un account social in età molto giovane e punteggi mediamente più bassi, in particolare nelle prove di italiano e matematica. I ricercatori, tuttavia, non sostengono che le piattaforme siano direttamente responsabili del peggioramento dei voti: si tratta di una correlazione statistica, che non dimostra un rapporto di causa ed effetto.
Secondo la psicologa e mediatrice familiare Carla Buttafoco, per interpretare il fenomeno è necessario considerare anche il contesto familiare, la qualità dell’insegnamento, le caratteristiche individuali e il benessere psicologico. Un calo nel rendimento può dipendere da difficoltà emotive, problemi nelle relazioni, scarsa motivazione o da un metodo di studio non adeguato. Il telefono può inserirsi in questo quadro, ma non è necessariamente l’origine della difficoltà.
Non conta solo il tempo trascorso online
A incidere può essere soprattutto il modo in cui vengono utilizzati i social. Passare rapidamente da un’app all’altra, interrompere i compiti per controllare una notifica e alternare decine di contenuti brevi sottopongono l’attenzione a una continua successione di stimoli. Questo può rendere più difficile concentrarsi su attività che richiedono tempi lunghi, come leggere, risolvere un problema o memorizzare nuove informazioni.
Durante la preadolescenza e l’adolescenza la capacità di concentrazione è ancora in sviluppo. L’esposizione frequente a contenuti rapidi e gratificazioni immediate può rendere più faticoso affrontare la pazienza, l’impegno e la frustrazione richiesti dallo studio. Per questo, suggerisce Buttafoco, è utile osservare che cosa accade concretamente durante i compiti, senza trasformare subito il telefono nel principale colpevole.
La ricerca suggerisce inoltre che anticipare l’accesso ai social possa associarsi a risultati scolastici meno brillanti negli anni successivi. Non esiste però un’età oltre la quale le piattaforme diventino automaticamente innocue. L’adolescenza è anche il periodo in cui il gruppo dei pari assume un ruolo centrale: per molti ragazzi il social è uno spazio di relazione, riconoscimento e appartenenza, non soltanto un’applicazione da utilizzare.
Educare a un uso consapevole
I risultati non rappresentano una condanna delle piattaforme digitali, che possono offrire occasioni di relazione, informazione, creatività e sviluppo di competenze. La priorità è favorire un equilibrio tra tecnologia e altre attività: stabilire momenti riservati allo studio, ridurre le notifiche durante i compiti, evitare lo smartphone prima di dormire e mantenere spazio per sport, lettura e relazioni dal vivo.
Per gli esperti, l’obiettivo non è vietare semplicemente l’accesso, ma aiutare i ragazzi a sviluppare capacità di autoregolazione. Anche imparare a tollerare la noia può essere utile: riempire ogni momento vuoto con uno stimolo immediato rischia di rendere più difficile stare con se stessi e attendere senza una gratificazione immediata.
Il messaggio dello studio è quindi articolato: un uso intenso, precoce e poco controllato dei social può rappresentare un fattore di rischio per attenzione e apprendimento, ma non determina automaticamente un calo dei risultati. La domanda da porsi non riguarda soltanto quanto tempo un ragazzo trascorra sulle piattaforme, ma anche come sta quando non le utilizza, se riesce a concentrarsi e se conserva interessi e relazioni al di fuori dello schermo.