La morte di Anna Rosa Bartolotta, bambina di quattro anni e mezzo deceduta a Palermo dopo aver contratto la difterite, ha riacceso il dibattito sulle vaccinazioni pediatriche. La bambina viveva nel quartiere Zen e non era vaccinata, così come i suoi quattro fratelli. In Italia la malattia è oggi rara proprio grazie alla protezione vaccinale: l’ultimo decesso pediatrico per difterite risaliva al 1991.
L’indagine epidemiologica avviata dall’Asp di Palermo nelle ore successive alla morte ha individuato un focolaio tra familiari e contatti stretti, con dieci persone risultate positive. Tra queste c’era anche un cuginetto coetaneo di Anna Rosa, che aveva ricevuto almeno le prime dosi della vaccinazione esavalente e ha sviluppato una forma lieve, caratterizzata da febbre e mal di gola. Le autorità sanitarie stanno lavorando per risalire all’origine del contagio e contenere il rischio di diffusione.
I timori sulle vaccinazioni
Il caso ha riportato l’attenzione sulle difficoltà legate alle vaccinazioni in alcune aree del Paese. In Sicilia la copertura contro difterite, tetano e pertosse è dell’85,13%, tra le più basse d’Italia. Nel quartiere Zen gli operatori sanitari segnalano da tempo una forte diffidenza. Secondo quanto riferito, i genitori di Anna Rosa avrebbero scelto di non immunizzare i figli anche perché convinti che una vaccinazione fosse collegata all’autismo di un altro cuginetto.
L’origine del falso legame con l’autismo
La presunta correlazione tra vaccini e autismo nasce da una vicenda della fine degli anni Novanta. Nel 1998 Andrew Wakefield, medico britannico del Royal Free Hospital di Londra, pubblicò su The Lancet uno studio condotto su appena dodici bambini. Il lavoro ipotizzava un rapporto tra il vaccino MPR, contro morbillo, parotite e rosolia, e la comparsa di disturbi comportamentali. In otto casi, i genitori riferivano che i sintomi erano comparsi dopo la vaccinazione.
Quella ricerca, però, non dimostrava un rapporto di causa-effetto: si trattava di una semplice serie di casi, senza gruppo di confronto. Non era quindi possibile stabilire se l’autismo fosse più frequente tra i bambini vaccinati. In seguito, un’inchiesta del General Medical Council britannico rilevò numerose irregolarità, tra cui l’incongruenza tra i dati clinici di alcuni bambini e quanto riportato nell’articolo. Emersero inoltre finanziamenti collegati a un’azione legale contro i produttori del vaccino, senza che il conflitto di interessi fosse stato dichiarato.
Nel 2004 dieci dei dodici coautori presero le distanze dall’interpretazione dello studio. Nel 2010 The Lancet ritirò l’articolo e Wakefield fu radiato dall’ordine professionale britannico. Nonostante ciò, il messaggio aveva già alimentato la diffidenza verso le vaccinazioni e continua a influenzare le scelte di alcune famiglie.
Secondo il professor Ivan Gentile, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive al Policlinico Federico II di Napoli, l’aumento dei casi di autismo osservato nel mondo, dovuto a ragioni non ancora completamente note, ha contribuito a rafforzare la confusione. La crescita simultanea delle diagnosi e delle vaccinazioni ha alimentato una correlazione apparente, ma non dimostrata.
La prevenzione oltre l’emergenza
I vaccini hanno reso rare malattie un tempo comuni e pericolose. Proprio questa scomparsa dalla vita quotidiana può rendere meno evidente l’importanza di continuare a prevenirle. Dopo la morte di Anna Rosa, in Sicilia si è registrato un aumento delle richieste di vaccinazione. Per l’esperto, tuttavia, la protezione non dovrebbe essere una reazione alla paura, ma una scelta da compiere anche quando la malattia sembra lontana: aspettare il primo caso significa aver già perso parte del vantaggio offerto dalla prevenzione.