Il termine Woke, associato all’idea di risveglio e consapevolezza, ha indicato negli Stati Uniti una corrente culturale e politica legata soprattutto alla sinistra del Partito Democratico. Al centro del movimento sono stati posti valori come inclusione, giustizia sociale e tutela delle minoranze. Nel tempo, però, secondo l’analisi proposta nell’articolo, quelle istanze sarebbero state accompagnate da eccessi e semplificazioni capaci di allontanare una parte dell’elettorato.
La crescita del fenomeno viene collegata alla morte di George Floyd nel 2020, all’affermazione di Black Lives Matter e alla diffusione del movimento Me Too contro la violenza di genere. Nello stesso percorso vengono citate la cancel culture, la revisione critica di personaggi e vicende storiche, le politiche DEI — diversità, equità e inclusione — e il tema dell’intersezionalità. L’autore riconosce l’origine reale di molte rivendicazioni, ma sostiene che la loro trasformazione in posizioni rigide abbia finito per produrre nuove contrapposizioni.
La reazione negli Stati Uniti
Nel testo viene richiamata anche l’autocritica di Alexandria Ocasio-Cortez, che avrebbe definito una follia il cosiddetto Woke 1.0, lasciando tuttavia aperto il dubbio sulla possibile evoluzione in una versione 2.0. A giudizio dell’autore, il movimento ha fornito argomenti alla destra populista e al fronte MAGA, che lo ha presentato come l’espressione di un’élite distante dai problemi quotidiani delle fasce sociali più in difficoltà.
La critica riguarda soprattutto la frammentazione delle rivendicazioni identitarie. La costruzione di gruppi e categorie comunicanti soltanto attraverso un progetto generale di trasformazione della società avrebbe reso difficile una sintesi politica per il Partito Democratico. Nel frattempo, osserva l’articolo, nella sinistra americana è tornato a circolare il termine socialista, utilizzato da esponenti dell’ala più radicale come riferimento ideologico ritenuto più organico e riconoscibile.
Il dibattito italiano
La riflessione si sposta quindi sull’Italia, dove Giuseppe Conte avrebbe fatto del rifiuto del Woke un elemento di distinzione rispetto al Partito Democratico. L’autore contesta però che il dibattito nazionale si concentri soprattutto sul linguaggio inclusivo, citando formule come il femminile professionale e l’uso di espressioni rivolte a entrambi i generi. A suo parere, il problema principale riguarderebbe invece il modo in cui vengono valutati alcuni comportamenti e temi identitari.
Tra gli esempi vengono indicati il rapporto con la sharia, il velo e la condizione femminile nel mondo musulmano, oltre alla lettura del conflitto israelo-palestinese. L’articolo critica quella che definisce un’assunzione acritica della comunicazione di Hamas e denuncia una presunta svalutazione dei riferimenti civili e religiosi occidentali. La posizione espressa collega inoltre la crisi della sinistra alla critica radicale dell’Occidente, descritto dal Woke come responsabile di sfruttamento e oppressione su scala globale.
A sostegno della propria tesi, l’autore richiama la presenza del presepe, del crocifisso e dei canti tradizionali nelle scuole. Racconta, in particolare, che durante l’accensione dell’albero in una piazza del paese un coro di alunni delle elementari non avrebbe eseguito Tu scendi dalle stelle; alla domanda sul motivo, una bambina avrebbe attribuito la scelta alla propria insegnante. L’episodio viene interpretato come un segnale di indebolimento della tradizione religiosa e culturale.
Nel passaggio conclusivo, il testo cita le stragi delle Twin Towers e del 7 ottobre, gli attentati dell’Isis e le attività di Hamas, Hezbollah, Jihad e dei Fratelli musulmani per sostenere la necessità di riconoscere la minaccia dell’islamismo. La conclusione resta interrogativa: se il Woke 1.0 è ormai sottoposto a revisione, resta da capire quale forma assumerà il possibile Woke 2.0 e quali effetti avrà sul futuro della sinistra.