Otto donne uccise in poco più di sei settimane e otto famiglie spezzate. È il dato richiamato dal Partito democratico di Grosseto in un comunicato firmato da Claudia Rampiconi, responsabile per le pari opportunità, e Gabriella Capone, responsabile per la legalità. Le vittime citate sono Luigia Fortunato, uccisa a Loreto il 9 luglio; Dafne Rebaudo, a Roma il 13 luglio; Tania Sperindio, a Mulazzano di Coriano il 15 luglio; Daniela Florea, a Torino il 20 luglio; Maria D’Alessandro, a Sant’Angelo a Cupolo il 15 agosto; Tania Terrin, a Camponogara, e Ornella Forastefano, a Trebisacce, entrambe il 16 agosto; Joanna Roussi, a Colleferro, il 18 agosto.
Il nodo della prevenzione
Secondo le esponenti dem, il solo inasprimento delle pene non è sufficiente se, al momento della denuncia, non vengono riconosciuti i segnali di pericolo. Nel comunicato viene indicato come emblematico il caso di Tania Terrin: la donna e la sua famiglia, si legge, si erano rivolte ai carabinieri sette o otto volte. Erano inoltre scattati il Codice rosso e un ammonimento del questore, ma le misure adottate non avrebbero impedito l’esito più grave.
Da qui la richiesta di percorsi permanenti di preparazione per le forze dell’ordine e per gli operatori dei centri antiviolenza. La formazione dovrebbe riguardare la valutazione del rischio, gli stereotipi legati alla violenza domestica e le dinamiche dell’amore possessivo. Per il Pd, la tempestività è decisiva: la violenza, viene sottolineato, non è quasi mai un episodio isolato e può essere preceduta da silenzio, manipolazione psicologica, minacce e controllo.
La posizione espressa nel documento attribuisce un ruolo centrale anche all’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Parlare a ragazze e ragazzi di relazioni, consenso, gestione del rifiuto e della rabbia viene indicato come uno strumento di prevenzione, da attivare prima che il controllo si trasformi in violenza. Le esponenti del partito respingono l’idea che questo percorso rappresenti un indottrinamento e chiedono che sia inserito in modo strutturato nei programmi scolastici, a partire dalla provincia di Grosseto.
Misure e linguaggio dei media
Nel comunicato viene contestata anche la lettura dei femminicidi come fenomeno legato a uno specifico contesto geografico o sociale. La violenza maschile, sostengono Rampiconi e Capone, attraversa latitudini e classi sociali. I braccialetti elettronici sono considerati utili, ma non sufficienti se le misure di protezione restano inapplicate, risultano inefficaci o arrivano in ritardo.
Un ulteriore passaggio riguarda il modo in cui i media raccontano questi episodi. Espressioni come raptus di gelosia, amore malato o non ha retto alla separazione, secondo il Pd, rischiano di trasformare il possesso in sentimento e il controllo in passione, attenuando la responsabilità dell’autore. Il linguaggio, viene osservato, contribuisce a definire la cornice con cui il pubblico interpreta i segnali di una relazione pericolosa.
La richiesta rivolta alle istituzioni locali e nazionali comprende quindi preparazione obbligatoria e continua per chi raccoglie le denunce, il potenziamento concreto dei centri antiviolenza e un approccio multidisciplinare per magistrati, forze dell’ordine e operatori coinvolti. L’obiettivo indicato è intervenire prima dell’escalation, migliorando il riconoscimento dei segnali e il funzionamento dell’intero percorso, dalle prime informazioni raccolte fino all’accertamento dei fatti.