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“E ora il petrolio torni a scorrere”: il post di Trump affonda Brent e WTI

L’annuncio dell’accordo con l’Iran cancella una parte del premio di rischio sui mercati energetici. Ma nel pacchetto resta il nodo dei 12 miliardi per Teheran

“E ora il petrolio torni a scorrere”: il post di Trump affonda Brent e WTI

Non è stata solo una svolta diplomatica. L’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran ha avuto un effetto immediato anche sui mercati: il prezzo del petrolio è sceso con forza, trascinato dalla prospettiva di una riapertura dello Stretto di Hormuz e dalla rimozione del blocco navale americano sui porti iraniani.

Il passaggio simbolico è arrivato con il post di Donald Trump su Truth Social. Dopo avere definito “completo” l’accordo con la Repubblica islamica, il presidente americano ha autorizzato la riapertura della rotta energetica più sensibile al mondo e ha chiuso il messaggio con una frase costruita per parlare direttamente ai mercati.

“Il petrolio scorra”.

La reazione è stata immediata. Il Brent è sceso a 83,68 dollari al barile, in calo del 4,2%, mentre il WTI americano è arretrato a 80,75 dollari, perdendo il 4,9%. Entrambi i contratti sono finiti sui minimi da marzo, segnale che gli operatori hanno iniziato a smontare il premio geopolitico accumulato durante i mesi di guerra.

Le aspettative su Hormuz

Il movimento non nasce solo dall’euforia per la firma prevista venerdì in Svizzera. Nasce soprattutto dalla prospettiva che Hormuz, chiuso o fortemente limitato durante il conflitto, possa tornare gradualmente a funzionare. Da quello stretto passa una quota enorme del commercio globale di petrolio e gas liquefatto: quando Hormuz si blocca, il mercato non guarda più solo alla domanda e all’offerta, ma al rischio di una crisi energetica mondiale.

La promessa di Trump è chiara: riapertura della rotta, fine del blocco e ritorno dei flussi. Ma il mercato sa che tra annuncio politico e normalizzazione reale c’è una distanza. Serviranno verifiche, sicurezza marittima, eventuale bonifica delle rotte e soprattutto garanzie sul fatto che l’Iran non usi più Hormuz come leva negoziale. Per questo il calo del petrolio è forte, ma non ancora definitivo: gli operatori stanno scontando una de-escalation, non una pace già consolidata.

Il nodo dei 12 miliardi

Nel pacchetto dell’accordo entra anche una partita finanziaria molto delicata: lo sblocco di 12 miliardi di dollari a favore dell’Iran. Secondo la versione rilanciata da fonti iraniane, si tratterebbe di una prima tranche di asset congelati da rendere disponibile a Teheran prima dell’avvio dei negoziati finali. Politicamente, per l’Iran, quei fondi diventano una forma di indennizzo per i danni economici subiti durante guerra, sanzioni e blocco. Tecnicamente, però, si tratta di beni iraniani già esistenti e congelati all’estero, non di un risarcimento formale versato dagli Stati Uniti.

Ciascuna parte lo racconterà in modo opposto. Teheran presenterà i 12 miliardi come il prezzo pagato da Washington per chiudere la guerra e riconoscere la resistenza iraniana. Trump, invece, proverà a descriverli come uno strumento condizionato: fondi liberati solo dentro un percorso verificabile su nucleare, sicurezza regionale e riapertura stabile di Hormuz.

Il mercato, per ora, guarda meno alla semantica e più ai barili. Se lo Stretto di Hormuz riaprirà davvero e se le esportazioni del Golfo torneranno regolari, il prezzo del petrolio potrebbe continuare a perdere pressione. Ma se l’accordo dovesse incepparsi sul nucleare, su Israele o sui fondi congelati, il rimbalzo potrebbe essere altrettanto rapido.