Milano (MI)

San Vittore, detenuto si toglie la vita: è il 28° suicidio in carcere dall’inizio dell’anno

Dopo questo ennesimo caso la Casa della Carità e Antigone interrogano il sistema penitenziario

San Vittore, detenuto si toglie la vita: è il 28° suicidio in carcere dall’inizio dell’anno

Un detenuto si è suicidato a San Vittore, facendo salire a 28 il conteggio delle persone ristrette che si sono uccise dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane.

San Vittore, detenuto si toglie la vita

MILANO – A darne notizia è la Fondazione Casa della Carità che tre settimane fa aveva lanciato l’appello.

“Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia. Quattro in tre settimane. È il numero di persone che si sono tolte la vita in carcere dal 20 maggio scorso, quando abbiamo presentato il nostro documento. L’ultimo detenuto che si è tolto la vita a San Vittore ci tocca profondamente perché era recluso nella sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario ed era conosciuto da operatrici e operatori della Fondazione che entrano in questo reparto come presenza educativa, di relazione e di ascolto. Il detenuto era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi. Era una persona così fragile che nemmeno aveva fatto il passaggio nei reparti comuni, ma era stato subito collocato in una cosiddetta ‘cella liscia’. La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura? L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte le fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire ‘non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto’”, commenta don Paolo Selmi, presidente della Casa della Carità.

Tanti gli interrogativi sul sistema

“Questa vicenda interroga anche per le modalità con cui viene affrontato il rischio suicidario negli istituti penitenziari: aumento della sorveglianza, limitazione degli oggetti a disposizione della persona, riduzione degli spazi di movimento e delle occasioni di relazione. Si arriva così a situazioni di quasi totale privazione materiale e di forte impoverimento dei contatti umani, come denuncia anche l’Associazione Antigone nel suo ‘Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2025 e nei primi mesi del 2026’. Anche il detenuto di San Vittore era recluso senza indumenti; non aveva mai avuto la possibilità di uscire dalla cella, nemmeno per l’ora d’aria o per i momenti di socialità e ascolto promossi dagli operatori della Casa in questo reparto, e non aveva nemmeno potuto telefonare alla madre come da giorni chiedeva. Non sapremo mai se concedere queste cose avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma sappiamo che una persona sofferente è stata privata anche delle poche occasioni di relazione possibili nella sua situazione. Non ignoriamo le difficoltà in cui operano quotidianamente il personale penitenziario e i servizi sanitari, ma non possiamo fare a meno di domandarci se una risposta fondata quasi esclusivamente sulla custodia e sul controllo sia adeguata di fronte a sofferenze così profonde. Le tante fragilità dell’oggi non possono continuare a trovare nella cella l’unica risposta disponibile. Per questo ribadiamo quanto detto tre settimane fa: il carcere deve tornare al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva, perché è una parte dello Stato e della società e non un corpo alieno. Le sue mura non dovrebbero nascondere ciò che accade al loro interno. Dovrebbero essere, almeno simbolicamente, trasparenti come il vetro”, conclude don Selmi.