Giunge a un primo epilogo significativo una vicenda giudiziaria che ha scosso profondamente l’opinione pubblica in Veneto e a livello nazionale, in particolare per la simulazione di reato architettata dal condannato. Questo caso si inserisce come drammaticamente emblematico nel quadro dei femminicidi in Italia, un fenomeno criminale seguito con costante e rigorosa attenzione giornalistica per documentarne l’evoluzione e le implicazioni sociali.
La sentenza della Corte d’Assise di Padova
Nella giornata di mercoledì 13 maggio 2026, la Corte d’Assise di Padova ha espresso il verdetto di primo grado, condannando alla pena dell’ergastolo il trentanovenne Andrea Favero. L’imputato è stato ritenuto responsabile dell’omicidio della trentatreenne ex compagna Giada Zanola, deceduta nel territorio comunale di Vigonza, in provincia di Padova. Il collegio giudicante ha accolto la richiesta formulata dalla pubblico ministero Paola Mossa, che aveva sollecitato la massima sanzione edonistica senza l’isolamento diurno per i reati contestati.
Le indagini e la ricostruzione del delitto
I fatti risalgono alla notte di mercoledì 29 maggio 2024, quando il corpo della trentatreenne venne rinvenuto lungo la carreggiata dell’autostrada A4 in direzione Padova, all’altezza di Vigonza. Le prime ipotesi investigative si erano concentrate sulla pista del suicidio, ma gli accertamenti successivi hanno modificato radicalmente lo scenario. Secondo la ricostruzione della Procura, il trentanovenne avrebbe prima stordito la vittima somministrandole degli psicofarmaci e successivamente l’avrebbe gettata dal cavalcavia autostradale, causandone il travolgimento da parte dei veicoli in transito.
Le aggravanti e l’esclusione della premeditazione
L’accusa ha contestato al reo il reato di omicidio volontario aggravato, focalizzandosi sul legame di convivenza e sulla presunta premeditazione dell’atto. Tuttavia, la difesa, rappresentata dall’avvocato Cesare Vanzetti, ha evidenziato un dettaglio tecnico cruciale emerso dalla decisione dei giudici: “Dalla lettura del dispositivo si evince che è stata esclusa la premeditazione”. Nonostante l’esclusione di tale elemento, il vincolo affettivo e di convivenza ha operato come aggravante prevalente rispetto alle attenuanti generiche, determinando la condanna al massimo della pena.
La posizione della difesa e il ricorso in appello
Il legale del condannato ha comunicato lo stato d’animo del proprio assistito, che si trova in regime di custodia cautelare in carcere. L’avvocato Cesare Vanzetti ha dichiarato: “Il mio assistito non ha mai fatto dichiarazioni auto accusatorie davanti al pubblico ministero e continua a professarsi innocente”. La difesa ha preannunciato l’intenzione di impugnare la sentenza in secondo grado non appena saranno depositate le motivazioni ufficiali da parte della Corte d’Assise di Padova.