Si è chiusa ieri, domenica 30 agosto, la 39ª edizione del Ferrara Buskers Festival, appuntamento che da 39 anni accompagna la conclusione dell’estate ferrarese. Per cinque giorni il centro storico ha ospitato oltre 60 esibizioni al giorno, concentrate soprattutto nella fascia serale compresa tra le 20 e mezzanotte. Alla musica e agli spettacoli si sono affiancati talk, reading, mostre fotografiche, workshop musicali, attività per le famiglie e iniziative dedicate al sociale.
Il programma ha confermato un’offerta ampia, costruita attorno a una dimensione culturale che va oltre la semplice successione di concerti e performance. Alla chiusura della manifestazione, però, accanto agli apprezzamenti per la qualità degli appuntamenti sono emerse anche diverse perplessità sulla formula organizzativa adottata. Il confronto ha riguardato soprattutto il modo in cui l’evento si è rapportato alla città e ai suoi abitanti.
Il centro storico diviso tra dentro e fuori
A suscitare discussioni è stata in particolare la decisione di chiudere e recintare una parte consistente del centro storico, regolando gli accessi all’area della manifestazione. Il perimetro è stato delimitato con teli scuri che impedivano la vista a chi non fosse entrato acquistando un biglietto. Secondo numerosi commenti comparsi sui social e secondo quanto raccolto tra le persone presenti dentro e fuori dall’area, questa scelta avrebbe creato una distanza tra il festival e il tessuto urbano.
Le osservazioni non hanno riguardato tanto la presenza dell’evento, quanto il suo rapporto con Ferrara e con i residenti. La manifestazione nasce infatti dall’idea di una città trasformata in palcoscenico, con strade, piazze e spazi pubblici come luoghi di incontro spontaneo tra artisti e spettatori. La percezione di un’area delimitata e separata dal resto del centro ha alimentato il timore che questa caratteristica possa indebolirsi.
La sfida per la prossima edizione
Da una parte, la recinzione risponde evidentemente alle esigenze di organizzazione e gestione di un appuntamento diventato sempre più strutturato. Dall’altra, alcune persone hanno visto in quella soluzione un elemento capace di snaturare, almeno in parte, l’essenza dell’artista di strada, che vive della mancanza di una separazione netta tra chi si esibisce e chi abita o attraversa lo spazio.
A rafforzare questa impressione è stato anche il contrasto tra le zone con maggiore concentrazione di pubblico e altre aree del centro storico rimaste per gran parte della serata relativamente vuote. In alcuni momenti, la manifestazione ha restituito l’immagine di una città divisa tra dentro e fuori, mentre in passato la presenza degli artisti contribuiva a distribuire gli spettatori e ad animare strade e piazze in modo più spontaneo.
Le critiche emerse non sembrano mettere in discussione il valore culturale del festival né la ricchezza del programma. Il tema sollevato riguarda piuttosto il rischio che un evento nato dalla strada finisca per allontanarsi dalla strada stessa, trasformandosi in una manifestazione da fruire più che in una festa vissuta dalla comunità. La sensazione di alcuni cittadini di essere diventati spettatori di un appuntamento nel cuore della propria città, anziché parte integrante dell’evento, è quindi l’elemento che accompagnerà il dibattito sulla prossima edizione.
La 39ª edizione lascia così una doppia fotografia: da un lato un festival ricco di appuntamenti e capace di proporre decine di spettacoli e un’offerta culturale articolata; dall’altro una formula organizzativa che sembra aver aperto una frattura con una parte della cittadinanza. La sfida sarà trovare un equilibrio tra le esigenze di gestione e la necessità di mantenere viva la strada come luogo aperto, condiviso e imprevedibile.