In Serie A la parola progetto sembra avere una data di scadenza molto più breve di quella annunciata in estate. Si parla di programmazione, fiducia e percorsi a lungo termine, ma quando i risultati non arrivano le promesse evaporano in fretta e la prima testa a cadere è quasi sempre quella dell’allenatore. Un copione ormai abituale, che in questa stagione sta assumendo proporzioni da record.
Basta guardare il calendario per rendersi conto della velocità con cui stanno cambiando gli equilibri sulle panchine. In appena sei giornate sono già arrivati quattro avvicendamenti tecnici, un dato che non si registrava dalla stagione 1959-60. La sequenza è eloquente: alla terza giornata è arrivato l’addio della Fiorentina a Grosso, alla quarta è toccato a Tedesco al Bologna, alla quinta Cuesta ha lasciato il Parma nonostante una vittoria e alla sesta è stato il turno di Stroppa al Venezia. Un cambio dopo l’altro, con una regolarità quasi inquietante.
La media è impressionante: una panchina saltata a ogni turno. E con la settima giornata alle porte, per gli allenatori e i rispettivi staff è probabilmente arrivato il momento di rispolverare tutti i rituali scaramantici del repertorio.
La pazienza è un lusso per pochi
Che in Italia sia complicato concedere a un tecnico il tempo necessario per costruire una squadra non è certo una novità. Ogni estate i dirigenti presentano programmi ambiziosi e parlano di continuità, ma spesso bastano poche sconfitte per trasformare la fiducia in un interrogativo e l’interrogativo in un esonero. Il mestiere dell’allenatore può garantire visibilità e stipendi importanti, ma continua a fare rima con precariato.
Il confronto con l’estero viene quasi spontaneo, anche se non mancano le eccezioni e sarebbe sbagliato dipingere altri campionati come paradisi della stabilità. La storia di Alex Ferguson al Manchester United resta però un esempio difficile da ignorare: arrivato nel 1986, non vinse alcun trofeo fino al 1990, senza perdere la fiducia della società. Il tempo gli permise di costruire una delle squadre più vincenti della storia del calcio.
Anche le esperienze più recenti di Jürgen Klopp al Liverpool e Mikel Arteta all’Arsenal raccontano quanto possa essere importante sostenere un progetto anche quando i risultati non sono immediati. Percorsi diversi, accomunati dalla possibilità di lavorare nel medio periodo senza essere messi in discussione a ogni passaggio a vuoto.
Dall’Inghilterra alla Serie A, cambia poco
Naturalmente, nemmeno all’estero mancano le società abituate a ragionare sull’onda del risultato. Il Chelseaè spesso indicato come un esempio di instabilità tecnica, mentre al Real Madrid le aspettative e la pressione legate alla vittoria possono rendere brevissima la permanenza di un allenatore.
La differenza, però, sta nella frequenza con cui le società decidono di azzerare tutto. In Italia, la tendenza a intervenire subito sembra resistere a qualsiasi dichiarazione d’intenti. E l’inizio di questa stagione ne è la dimostrazione più evidente: quattro cambi in sei giornate, con una media che lascia poco spazio alla serenità.
Ora l’attenzione si sposta sul prossimo turno. Dopo una partenza così movimentata, ogni risultato rischia di trasformarsi in un esame e ogni sconfitta in un possibile punto di non ritorno. Per chi siede in panchina, dunque, la settima giornata non sarà soltanto una tappa del campionato: sarà anche una prova di resistenza. Gli scongiuri, a questo punto, sono più che consigliati.