L’Inter sceglie ancora una volta la via più imprevedibile per prendersi la scena e lo fa nel segno del suo nuovo condottiero. Per la sua prima finale in panchina, dopo una carriera costellata di battaglie vissute da difensore elegante, Cristian Chivu abbraccia fino in fondo lo spirito nerazzurro: una squadra capace di esaltarsi nel caos, di trasformare l’imprevisto in opportunità e di accendere l’entusiasmo di un pubblico che non ha mai amato le serate banali.
La rimonta costruita contro il Como è l’emblema di questa identità, un ribaltamento nato anche da un gol di testa firmato dal regista, simbolo di una serata fuori dagli schemi. L’Inter continua così la sua corsa su due fronti, tenendo vivi entrambi gli obiettivi stagionali e provando a cancellare le delusioni accumulate nell’ultimo anno, compresa quella legata al Bodo. Anche stavolta, contro un’altra squadra dal nome breve, il rischio di vedere tutto svanire è stato concreto, ma la reazione è stata feroce e carica di orgoglio.
A fine gara, Chivu ha voluto sottolineare il valore del gruppo: “Questa rimonta premia il lavoro dell’intero gruppo perché stanno faticando tutti al massimo: quando vengono chiamati in causa, lo fanno vedere. Pepo Martinez avrebbe potuto avere più opportunità in stagione ma se non è accaduto sa il perché. Poi i cambi in questa partita hanno dato una grossa mano perché hanno capito il momento. Diouf è entrato veramente bene, ha fatto uno contro uno con coraggio e personalità e abbiamo creato difficoltà al Como con il suo ingresso. Sono stati decisivi anche Sucic, Pio Esposito, ma tutta la squadra ha una voglia pazzesca di essere competitiva”.
Le sostituzioni, del resto, sono diventate un marchio distintivo della gestione del tecnico romeno. In tutte le competizioni, i giocatori subentrati hanno inciso con numeri importanti, contribuendo in maniera diretta a gol e assist. Anche nella sfida contro il Como, l’impatto della panchina è stato determinante, mentre Dumfries è entrato solo nel finale per una ragione ben precisa, come spiegato dall’allenatore: “Denzel ha un problema fisico: ha dato disponibilità per come andavano le cose, ma ha un fastidio al tendine. E mi fa piacere che lo abbia fatto, era successa la stessa cosa con Lautaro contro la Roma. Questi giocatori sentono la responsabilità di cosa sia l’Inter”.
Il filo che lega passato e presente porta inevitabilmente a José Mourinho, l’ultimo allenatore capace di centrare il doppio obiettivo tra coppa e campionato. Chivu, cresciuto anche sotto la guida del portoghese, non rinnega quell’eredità ma rivendica la propria identità, restando fedele al dna interista: “La pazzia la conosco perché ci sono stato dentro ed è per questo che la gente si innamora di questa squadra, per emozioni così forti e per imprese che in altri posti non si fanno, anche se a volte forse vorrebbero vivere serate più tranquille”.
Lo sguardo, inevitabilmente, si sposta già verso Roma, dove l’Inter avrà l’occasione di aggiungere un altro trofeo alla propria stagione. “Ci siamo messi in una situazione che ci permette di sognare grazie al lavoro, l’obiettivo non è uno, ma sono due trofei. Il Como era la migliore difesa d’Italia e noi siamo riusciti a fargli tanti gol. Solo la Pazza Inter può rimontare due volte il Como in 10 giorni”.
Parole che fotografano ambizione e consapevolezza, senza dimenticare la necessità di restare concentrati.
Infine, Chivu respinge i paragoni ingombranti con il passato e ribadisce la sua visione: “Dite che sono come Mourinho perché a voi piacciono i titoli, ma io sono solo Cristian e cerco di dare soddisfazione a chi ha avuto fiducia in me: penso solo alla gente che ama questi colori e ai miei ragazzi per tutto quello che hanno dovuto mangiare in questi mesi e la narrazione che si è creata”.
Un messaggio chiaro, che accompagna un’Inter sempre più fedele a se stessa e pronta a giocarsi tutto fino in fondo.