Per l’Argentina questo è il Mondiale dei ricordi. Giocare negli Stati Uniti significa inevitabilmente riaprire una delle ferite più profonde della propria storia calcistica: quella del 1994, quando Diego Armando Maradona venne squalificato per doping dopo il controllo antidoping effettuato a Boston, una decisione che molti argentini interpretarono come una vendetta della FIFA nei confronti del Pibe de Oro. La comunicazione arrivò a Dallas, dove pochi giorni dopo la prima Selección senza il suo numero 10 perse 2-0 contro la Bulgaria. Maradona non avrebbe più indossato la maglia dell’Argentina.
In questa edizione iridata l’Albiceleste è tornata proprio a Dallas, superando Austria e Giordania nella fase a gironi. Un ritorno che ha inevitabilmente riacceso quei ricordi, così come non si è mai spenta la rivalità con l’Inghilterra, alimentata anche dalla disputa sulle Isole Malvinas, chiamate Falkland dai britannici, ancora oggi territorio del Regno Unito.
La memoria, però, riporta soprattutto al Mondiale 1986. Il 22 giugno, mentre l’Argentina affrontava l’Austria, ricorreva il quarantesimo anniversario della celebre Mano de Dios, il gol segnato da Maradona con la mano contro l’Inghilterra nei quarti di finale di Città del Messico. Pochi minuti più tardi arrivò anche quello che molti considerano ancora il gol più bello della storia del calcio, con Diego capace di partire da metà campo, saltare mezza squadra inglese e battere anche Peter Shilton.
A raccogliere idealmente quell’eredità è oggi Lionel Messi, che proprio durante questo Mondiale ha superato il record di reti dell’Albiceleste nella competizione. «Tutto quello che conosco di quella partita l’ho imparato guardando video e immagini che gli argentini continuano a rivivere», ha raccontato il capitano, nato appena un anno dopo quel capolavoro dell’Azteca.
La rivalità tra Argentina e Inghilterra non si è fermata al 1986. Nel Mondiale 1998, in Francia, gli argentini eliminarono gli inglesi ai calci di rigore dopo una sfida memorabile, segnata dall’espulsione di David Beckham per il fallo di reazione su Diego Simeone. Quattro anni più tardi arrivò la rivincita britannica: nella fase a gironi del Mondiale in Giappone e Corea fu proprio Beckham, su calcio di rigore, a decidere l’1-0 che costò l’eliminazione anticipata alla Selección.
Dietro questa rivalità calcistica continua però a esserci una ferita politica mai completamente rimarginata. Nel 1982 la giunta militare argentina invase le Malvinas, sostenendo che appartenessero storicamente al proprio territorio. Il Regno Unito, guidato da Margaret Thatcher, rispose inviando una forza militare che riconquistò l’arcipelago dopo 74 giorni di combattimenti. Il conflitto provocò centinaia di vittime, accelerò la caduta della dittatura argentina e rafforzò enormemente il consenso politico della premier britannica.
Ancora oggi quella guerra resta profondamente radicata nell’identità nazionale argentina. Lo dimostra anche “Quarta Stella”, il coro diventato l’inno dell’Albiceleste durante questo Mondiale, nel quale vengono ricordati sia la squalifica di Maradona nel 1994 sia il conflitto delle Malvinas: «Per le Malvinas, per Diego e per l’ultima di Leo, Argentina voglio vederti di nuovo campione». Un canto che viene intonato anche dai giocatori, simbolo del legame con il proprio popolo.
Nonostante il peso della storia, nello spogliatoio argentino prevale la volontà di abbassare i toni. Alexis Mac Allister, protagonista nei quarti di finale contro la Svizzera, ha invitato tutti a separare il calcio dalla politica: «Sappiamo quanto questa partita sia speciale, ma ho sempre avuto rispetto per loro. In campo daremo il massimo».
Sulla stessa linea anche il commissario tecnico Lionel Scaloni, deciso a evitare tensioni inutili: «È soltanto una partita di calcio. Affronteremo una squadra fortissima e daremo tutto per conquistare la finale, ma resta una partita di calcio».
Novanta minuti, almeno formalmente. Perché quando si affrontano Argentina e Inghilterra, il pallone porta sempre con sé molto più della semplice storia di una semifinale mondiale.