L’idea che la solitudine possa pesare sulla salute cognitiva trova un riscontro negli studi scientifici, ma richiede alcune precisazioni. Una meta-analisi ha riunito le ricerche longitudinali condotte su oltre 600mila persone e ha rilevato un’associazione tra solitudine percepita e successiva diagnosi di demenza. Le persone che si sentivano sole si ammalavano più spesso negli anni seguenti, ma questo risultato non dimostra da solo che la solitudine sia la causa del declino.
È importante distinguere tra solitudine percepita e isolamento sociale. La prima indica la distanza tra le relazioni che una persona desidera e quelle che ha realmente; il secondo riguarda invece la scarsità oggettiva di contatti. Si può quindi vivere da soli senza sentirsi soli oppure frequentare molte persone e provare comunque solitudine. Il dato sul rischio di demenza riguarda soprattutto la percezione soggettiva, non il numero di persone presenti nella propria casa o nella propria rubrica.
Un’associazione non equivale a una causa
Nella sintesi degli studi, il rischio di demenza risultava più alto di circa 30% in termini relativi tra le persone che si sentivano sole. La percentuale, però, non significa che la probabilità individuale aumenti di 30 punti: l’incremento va applicato al rischio di partenza e può quindi tradursi in una differenza assoluta molto più contenuta.
Il legame rimaneva anche considerando depressione, isolamento sociale e altri fattori di rischio, ma i risultati dei singoli studi erano variabili. Inoltre, il rapporto potrebbe avere una direzione opposta o bidirezionale: un iniziale declino cognitivo può spingere a ridurre i contatti e favorire la percezione di solitudine. Per questo associazione e causalità devono essere tenute separate. Non è possibile concludere che eliminare la solitudine riduca il rischio nella stessa misura osservata negli studi.
Socialità ed enigmistica: il confronto resta aperto
Le ricerche sugli interventi sociali offrono indicazioni ancora incerte. Una revisione di 15 studi randomizzati su 1.785 anziani ha rilevato possibili miglioramenti nella cognizione globale, ma non nelle funzioni esecutive, cioè nelle capacità di pianificare e organizzare. Solo uno degli studi presentava un basso rischio di errori sistematici in tutti gli aspetti valutati.
Un’altra sintesi, costruita selezionando e raggruppando le ricerche in modo diverso, non ha invece trovato effetti complessivi significativi sulla cognizione globale o sulla fluenza verbale. Le differenze tra interventi, partecipanti e test rendono rischioso scegliere soltanto il risultato più favorevole.
Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2026 indicano che gli interventi di partecipazione sociale possono essere raccomandati agli adulti con capacità cognitive nella norma o con una lieve compromissione. Si tratta però di una raccomandazione condizionale, basata su prove di certezza molto bassa. Per chi ha già una lieve compromissione cognitiva, le evidenze sono limitate a un singolo studio. Non è stata quindi definita una frequenza minima di incontri o una quantità di relazioni utile a prevenire il declino.
Anche il confronto con cruciverba e sudoku non ha ancora prodotto un vincitore. Gli studi disponibili valutano attività sociali o cognitive rispetto a gruppi di controllo differenti e manca un confronto diretto affidabile. Inoltre, molte attività di gruppo comprendono anche esercizi mentali, rendendo difficile separare l’effetto della compagnia da quello dell’allenamento cognitivo.
Il training cognitivo, basato su esercizi ripetuti e mirati, non coincide con le più generiche attività cognitivamente stimolanti, che possono includere anche occupazioni ricreative. In entrambi i casi, un miglioramento nei test non dimostra automaticamente di aver evitato una demenza o di aver ottenuto un vantaggio duraturo nella vita quotidiana. Al momento, sia la socialità sia l’enigmistica restano opzioni plausibili, ma con un beneficio preventivo ancora incerto. Il risultato più solido riguarda il legame osservato tra il sentirsi soli e il rischio successivo di demenza.