Il Monk Mode, cioè la “modalità monaco”, è una tendenza che invita a ridurre per un periodo le distrazioni quotidiane, i social network e gli impegni non essenziali, per dedicarsi ai propri obiettivi e al proprio benessere. Prendersi tempo per sé può essere utile, ma non ogni forma di ritiro ha lo stesso significato. «Il primo passo è chiedersi da che cosa ci si vuole prendere una pausa e a che cosa si vorrebbe tornare», spiega la psicologa Alessia Cipriano. La solitudine può aiutare a recuperare energie o a dedicarsi ad attività piacevoli; diventa invece un problema quando serve soprattutto a evitare il giudizio altrui, un possibile rifiuto o una conversazione difficile.
Un criterio importante per capire l’effetto della scelta è osservare che cosa succede in seguito. Se il tempo trascorso da soli consente di recuperare le forze e di tornare alle relazioni con maggiore entusiasmo, la parentesi può essere stata rigenerante. Se, al contrario, aumenta la distanza dagli altri e lascia irrisolte le questioni che preoccupano, può trattarsi di evitamento. Anche trasformare il tempo per sé in una gara di produttività è rischioso: allenamento, studio e obiettivi in successione possono creare una nuova lista di doveri e diventare un’ulteriore fonte di pressione. Il Monk Mode, sottolinea la psicologa, è un’etichetta riferita ad abitudini diverse, non un percorso psicologico definito.
Gli effetti sulla mente e sulle emozioni
Ridurre il flusso di notifiche e interruzioni rende più semplice mantenere l’attenzione su ciò che si sta facendo. Anche un messaggio non letto, infatti, può richiamare alla mente chi lo ha inviato, il motivo della comunicazione e il momento in cui rispondere. Nei momenti di riposo e solitudine può inoltre attivarsi la cosiddetta default mode network, una rete neurale associata all’emergere di ricordi, riflessioni e idee nuove. Non è però detto che i pensieri siano sempre positivi: la solitudine può anche lasciare spazio al rimuginio e alle preoccupazioni.
Gli effetti sul benessere emotivo non sono automatici. Alcuni studi hanno osservato che stare da soli può attenuare le emozioni più intense e favorire una sensazione di calma. Una revisione scientifica del 2025, tuttavia, non ha rilevato miglioramenti medi significativi nelle emozioni o nella soddisfazione per la propria vita tra le persone che si sono allontanate dai social. A fare la differenza sono soprattutto le motivazioni e il modo in cui viene utilizzato quel tempo. Non ci sono inoltre prove scientifiche a sostegno di promesse come il “reset della dopamina” o la “disintossicazione del cervello”.
Quando il ritiro diventa un ostacolo
Un campanello d’allarme è la difficoltà crescente a interrompere l’isolamento. Si può iniziare rimandando un incontro desiderato e arrivare a rinunciare anche alle occasioni successive. Il sollievo immediato rischia di rafforzare l’evitamento, mentre la paura può ripresentarsi con maggiore intensità. Non è però il numero di uscite o di inviti accettati a stabilire se ci sia un problema: alcune persone hanno una vita sociale poco intensa e ne sono soddisfatte. La situazione merita attenzione quando si rinuncia a rapporti che si vorrebbero coltivare, uscire o lavorare diventa sempre più difficile e compare una sofferenza persistente.
In questi casi, il confronto con uno psicologo può aiutare a comprendere che cosa alimenta l’isolamento e come affrontarlo. Non è necessario imporsi un ritorno immediato a una vita sociale intensa: può essere più utile ripartire gradualmente dalle attività e dalle relazioni considerate importanti. Per ritagliarsi una parentesi non servono interi weekend lontano da tutti. Secondo Cipriano, 15 minuti possono bastare per una passeggiata senza controllare i messaggi o per leggere qualche pagina senza interruzioni. Se il bisogno principale è dormire, il tempo libero dovrebbe essere dedicato al riposo; se manca spazio personale, è preferibile lasciare parte della giornata senza programmi.
Spegnere il telefono o declinare un invito può però generare ansia e senso di colpa, soprattutto quando si teme di compromettere i rapporti. La FOMO indica la paura di perdersi esperienze a cui partecipano gli altri, mentre il senso di colpa può derivare dalla convinzione di dover essere sempre disponibili. Prima di accettare o rifiutare un impegno è utile chiedersi se qualcuno abbia davvero bisogno della propria presenza o se si tema soltanto una conseguenza senza motivi concreti. Comunicare le proprie decisioni senza fornire mille giustificazioni e osservare ciò che accade realmente nelle relazioni può aiutare a recuperare equilibrio.