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Insufficienza cardiaca, cosa dicono davvero le statistiche

Età, condizioni associate e risposta ai trattamenti modificano le probabilità, ma i dati storici non valgono come previsione individuale.

Dopo una diagnosi di insufficienza cardiaca, è naturale chiedersi quanto a lungo si potrà vivere. Le statistiche disponibili, però, non indicano una scadenza individuale: descrivono la sopravvivenza media osservata in gruppi di pazienti seguiti in passato. Il decorso può cambiare molto in base all’età, alle altre malattie, alle terapie e alla funzione del cuore.

Una meta-analisi che ha riunito 60 studi e circa 1,5 milioni di persone con insufficienza cardiaca cronica ha stimato una sopravvivenza dell’86,5% a un anno, del 56,7% a cinque anni e del 34,9% a dieci anni. Per quest’ultimo dato l’intervallo di incertezza è ampio: dal 24% al 46,8%. A cinque anni, quindi, risultava in vita poco più della metà dei pazienti considerati.

Si tratta tuttavia di una fotografia storica. I dati analizzati sono stati raccolti fino al 2018 e gli studi non sempre hanno calcolato il tempo a partire dal giorno della diagnosi. Le percentuali non misurano perciò in modo diretto i risultati delle cure disponibili oggi e non possono essere usate come previsione per chi riceve una diagnosi attuale.

Età e funzione del cuore cambiano il quadro

L’età è uno dei fattori più evidenti. Nella stessa analisi, la sopravvivenza a cinque anni era del 78,8% tra le persone sotto i 65 anni e del 49,5% tra quelle di 75 anni o più. Il confronto riguarda gruppi diversi e non consente di separare completamente l’effetto dell’età da quello delle altre condizioni cliniche.

Un altro elemento importante è la frazione di eiezione, cioè la quota di sangue espulsa dal cuore a ogni battito. Si distinguono una forma con frazione ridotta e una con frazione conservata. Una revisione di 101 studi ha rilevato, in media, una mortalità più bassa nella forma conservata, ma con differenze notevoli tra le ricerche. Anche in questo caso il rischio resta rilevante: una frazione conservata non equivale a una prognosi favorevole.

Il ruolo delle terapie e i segnali d’emergenza

Le prove più solide sui trattamenti riguardano la forma con frazione di eiezione ridotta. Quattro gruppi di farmaci possono ridurre mortalità e ricoveri: quelli che agiscono sul sistema renina-angiotensina, i beta-bloccanti, gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi e gli inibitori SGLT2. Il risultato deriva da studi randomizzati riassunti in un’analisi su oltre 90.000 pazienti.

La scelta dei farmaci, delle combinazioni e dei dosaggi dipende dalle caratteristiche cliniche e dalla tollerabilità. Il beneficio osservato non garantisce un numero preciso di anni in più e non si applica automaticamente a ogni forma della malattia. Anche se i sintomi migliorano o la frazione di eiezione risale, non bisogna sospendere le terapie senza indicazione specialistica.

Affanno da sdraiati o durante le normali attività, aumento improvviso del peso e catarro schiumoso rosa richiedono una valutazione medica urgente. In presenza di grave difficoltà respiratoria, labbra o pelle bluastre o grigie, oppure perdita di coscienza, occorre chiamare subito il 112 o il 118.

Le statistiche sono quindi soltanto un punto di partenza. Una stima più vicina alla situazione personale deve tenere conto dell’età, delle altre condizioni, della funzione cardiaca e della risposta alle cure. Il quadro va discusso con il cardiologo e può cambiare nel tempo.