Le incretine stanno ampliando il loro impiego nella cura dell’obesità e delle patologie associate. Dopo semaglutide e tirzepatide, al centro del confronto tra specialisti ci sono nuove molecole e formulazioni orali che, secondo i dati presentati, potrebbero agire non soltanto sul peso, ma anche sui principali fattori di rischio cardiovascolare e metabolico.
Il tema è stato discusso a Roma, durante il secondo workshop dedicato a incretine e salute metabolica, organizzato con il contributo non condizionato di Lilly. All’incontro hanno partecipato esperti di endocrinologia, cardiologia, epatologia, reumatologia, ginecologia e psichiatria, che hanno analizzato benefici già documentati, prospettive di ricerca e limiti delle evidenze oggi disponibili.
Le nuove molecole e le formulazioni orali
Tra gli sviluppi indicati come più vicini alla disponibilità in Italia figurano le pillole a base di agonisti GLP-1 e il triplo agonista retatrutide. Andrea Fabbri, docente di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata, ha spiegato che le formulazioni orali non richiedono la catena del freddo e possono risultare più semplici da assumere ogni giorno, pur avendo in genere un’efficacia inferiore rispetto ai farmaci iniettivi.
Retatrutide agisce sui recettori di GLP-1, GIP e glucagone. Nei trial di fase 3 citati durante il workshop, la molecola avrebbe prodotto una riduzione del peso fino al 30 per cento dopo circa due anni, insieme a miglioramenti delle apnee notturne, del grasso epatico e del dolore legato all’artrosi del ginocchio. L’eventuale autorizzazione della Food and Drug Administration statunitense è attesa, secondo quanto riferito, all’inizio del 2027. Si tratta tuttavia di risultati ancora legati agli studi clinici e alle procedure regolatorie in corso.
Cuore, fegato e prevenzione
Gli esperti hanno collegato l’azione degli analoghi incretinici alla riduzione di glicemia, pressione arteriosa, lipidi e grasso viscerale. Secondo Giuseppe Rosano, docente di Cardiologia al St. George’s Hospital di Londra, nei pazienti con diabete di tipo 2 e nelle persone obese, con o senza diabete, il controllo dei fattori di rischio può contribuire a diminuire mortalità e morbilità cardiovascolare. Le società scientifiche cardiologiche ne raccomandano l’impiego in specifiche categorie ad alto rischio.
Sul fronte epatico, la perdita di peso e il miglioramento dell’insulino-resistenza possono ridurre steatosi e infiammazione. Luca Miele, della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, ha richiamato i dati su tirzepatide e sulla diminuzione del grasso epatico e viscerale. Sono stati discussi anche possibili effetti in ambito reumatologico, sulla sindrome dell’ovaio policistico e sulla salute della donna in menopausa, ma con livelli di prova differenti a seconda delle patologie.
Più prudente il quadro relativo alle malattie neurodegenerative. Gli studi preclinici e alcune osservazioni epidemiologiche suggeriscono una possibile azione preventiva su fattori come infiammazione, insulino-resistenza e metabolismo cerebrale. Cinzia Niolu, docente di Psichiatria all’Università di Roma Tor Vergata, ha sottolineato che non esistono ancora studi clinici sull’uomo capaci di dimostrare un’efficacia contro l’Alzheimer conclamato: l’ipotesi riguarda una possibile prevenzione primaria.
Il problema della continuità terapeutica
Un altro tema affrontato riguarda la composizione corporea. Nello studio Surmount-1, la dose massima di tirzepatide ha portato a una riduzione media del peso del 20,9 per cento a 72 settimane; nelle analisi sulla composizione corporea, circa il 75 per cento del peso perso era costituito da massa grassa e il 25 per cento da massa magra. Preservare il muscolo resta quindi una delle principali sfide del trattamento.
Gli specialisti hanno inoltre ricordato che, dopo la sospensione, può essere recuperata circa la metà o due terzi del peso perso entro un anno, con una riduzione progressiva dei benefici metabolici e cardiovascolari. Per questo la terapia viene descritta come un possibile percorso di lungo periodo, da associare ad attività fisica, alimentazione equilibrata e supporto psicologico. Il mantenimento con dosi ridotte o il passaggio a formulazioni orali sono tra le strategie allo studio, ma la scelta deve essere valutata dal medico in base a efficacia, tollerabilità e sostenibilità.